Nel Viaggio in Italia c’è una voce che manca. Non manca per dimenticanza. Non manca per pudore. Manca perché Goethe l’ha tolta con cura, riga per riga, nel lungo lavoro di riscrittura che trasformò i diari in letteratura. Quello che resta — il libro che tutti conoscono — è un capolavoro di intelligenza selettiva. Roma come scuola dello sguardo, come rinascita intellettuale, come palestra dell’antico. Ma la vita notturna, le osterie, le donne del popolo: sparite. Ripulite. Sublimate. Fu Roberto Zapperi, storico dell’arte e archivista tenace, a riaprire il dossier. Il suo libro Das Inkognito. Goethes ganz andere Existenz in Rom (Beck, 1999) è costruito su documenti che i germanisti avevano trascurato perché scritti in italiano: conti, fatture, biglietti, stati delle anime. Carte di cucina, in apparenza. Che invece raccontano tutto.
L’osteria di Vincenzo
La versione ufficiale vuole Goethe cenare all’osteria della Campana, frequentata dall’aristocrazia artistica tedesca. I conti dicono altro. La sera Goethe usciva quasi sempre, e il locale che frequentava era l’osteria di Vincenz Roessler — detta «da Vincenzo» — in via dei Condotti, tra quella via e piazza di Spagna.
Vincenz Roessler era un oste di origini tedesche, ma romana era la sua famiglia allargata, romana era la cucina, romani erano i clienti. Con lui vivevano la moglie Teresa Kronthaler e sei figli. Due di loro — Costanza, ventun anni, e Maria Elisabetta, più giovane — attirarono l’attenzione del poeta al punto che Goethe, all’inizio del 1787, commissionò a Tischbein due ritratti. Li conservò fino alla morte.
Non è un dettaglio. È una firma.

(Johann Heinrich Wilhelm Tischbein)
Wolfgang von Oettingen, Goethe und Tischbein, Weimar 1910
Il biglietto del ventaglio
Negli archivi di Weimar, dentro un convoluto di carte che nessuno aveva mai letto con attenzione, Zapperi trovò un biglietto. Lo aveva scritto Costanza — o meglio, lo aveva probabilmente dettato a uno scrivano, uso comune per le donne del popolo che non avevano dimestichezza con la penna. Era in italiano. Diceva:
«Carissimo amico, ieri sera mi fu dato un ventaglio alla moda; poi mi fu ritolto, desidero da voi trovarmene subito un altro per far vedere a questo, che si trovano altri ventagli, e forse più bello di quello. Scusate l’ardire e resto, lo Costanza Releier.»
Una richiesta di ventaglio. Apparentemente innocua. Ma Zapperi la legge come una proposta indiretta di fidanzamento — secondo i codici sociali del Settecento romano, il dono di un ventaglio funzionava come pegno, segnale di intenzione, richiesta di sapere se il legame ha un futuro.
È lecito pensarci? Sì. È dimostrabile? No. Il recensore Mauro Ponzi lo dice con precisione chirurgica: il documento è autentico, l’interpretazione è congetturale. Non c’è prova esplicita né di un rapporto fisico né di una promessa formale. Quello che resta è una tensione — reale, documentata, irrisolta.
Il maledetto secondo cuscino
Ed è qui che entra in scena Tischbein.
Non il Tischbein del grande ritratto — Goethe nella Campagna Romana, l’immagine che tutti conoscono, il poeta sdraiato sulle rovine con cappello a tesa larga, il profilo nobile, la luce dorata. No. L’altro Tischbein. Quello privato, ironico, sfrontato tra amici.
Il disegno si intitola Das verfluchte zweite Kissen — il maledetto secondo cuscino. Non è un’opera destinata al pubblico. È una battuta, un inside joke tra uomini che si conoscono bene, che hanno condiviso mesi di vita quotidiana, osterie, nottate romane. Tischbein disegna e ride. Goethe probabilmente incassa.
Cosa rappresenta? Un letto. Un cuscino di troppo. L’ostacolo fisico — reale o metaforico — tra il desiderio e il suo compimento. Zapperi lo legge come allusione ironica al mancato amplesso con Costanza: il disegno di un amico che prende in giro un altro amico per un’occasione sfumata, per un momento mancato, per quella specifica combinazione di timidezza, convenzione sociale e giovane donna che non si è lasciata convincere — o che ha posto condizioni che Goethe non era disposto ad accettare.
È una satira amicale, non volgare. È il linguaggio di chi vive gomito a gomito e si può permettere tutto, dentro le quattro pareti di un’osteria. Non nomina Costanza. Potrebbe riferirsi a una situazione generica. Ma il contesto, la coincidenza temporale, il ritratto commissionato, il biglietto conservato — tutto punta nella stessa direzione.
Quello che il Viaggio in Italia non racconta
Goethe tornò a Weimar nel giugno del 1788. Nei mesi successivi cominciò a scrivere le Elegie romane — venti componimenti in distico elegiaco, la forma di Tibullo e Properzio, dove un poeta ama a Roma una donna del popolo. Il nome che le dà è Faustina.
Chi fosse davvero Faustina è una delle questioni più dibattute della filologia goethiana. Zapperi risolve definitivamente un equivoco storico: la vedova locandiera che alcuni studiosi ottocenteschi avevano identificato come Faustina era morta molto prima dell’arrivo di Goethe a Roma. Quella pista era falsa. Ma un secondo biglietto ritrovato negli archivi di Weimar — scritto in italiano sgrammaticato, da una donna del popolo non identificata — dice:
«io vorei sapere perche sete ieti a sera un dato a cosi via senza dirmi niente io io credo che vi siete piliati colata ma io spero di no io sono tutta per lei amatima si potete come io amo a lei…»
Un litigio. Un’incomprensione. Una donna che aspetta una risposta e non riesce nemmeno a scrivere bene, perché quello che sente è più grande delle parole che ha. Zapperi la chiama Faustina per comodità. Dimostra che Goethe ebbe con lei una storia reale, non mercenaria — una passione forte, tenuta segreta non solo per discrezione personale, ma perché le autorità ecclesiastiche romane dell’epoca potevano costringere gli amanti al matrimonio, pena la reclusione.
Nel Viaggio in Italia non c’è traccia di niente di tutto questo.
Il libro e la vita
Goethe riprese il Viaggio in Italia decenni dopo, rielaborandolo più volte. La terza e ultima parte è del 1829 — più di quarant’anni dopo i fatti. In quel tempo, Roma era diventata educazione estetica, rinascita intellettuale, itinerario platonico tra rovine e musei. Le osterie di via dei Condotti, il biglietto di Costanza, il disegno di Tischbein: archiviati. Sublimati. Trasformati in altro.
È il principio che dà il titolo alla sua autobiografia — Dichtung und Wahrheit, Poesia e Verità. La vita come materia grezza che la letteratura plasma, seleziona, riordina. Non falsifica: sceglie. Non mente: tace.
Ma gli archivi non tacciono.
E Tischbein, col suo maledetto secondo cuscino, aveva lasciato tra le righe quello che il Viaggio avrebbe taciuto.
Fonti:
Roberto Zapperi, Das Inkognito. Goethes ganz andere Existenz in Rom, Beck, München, 1999
Mauro Ponzi, recensione di Roberto Zapperi, Das Inkognito. Goethes ganz andere Existenz in Rom, in «Studi Germanici», n.s. 37 (1999), 3, pp. 539-542
J.W. Goethe, Elegie romane
J.W. Goethe, Viaggio in Italia, a cura di Roberto Fertonani, Mondadori






