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	<title>Unreal Goethe</title>
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	<description>Italienische Reise 4.0</description>
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	<title>Unreal Goethe</title>
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		<title>La prima salita al Vesuvio</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Apr 2026 13:46:28 +0000</pubDate>
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<p class="has-drop-cap">Ci sono giornate del Viaggio in Italia in cui Goethe vince e altre in cui perde. Quella del 2 marzo 1787 la perde, almeno sul piano dello spettacolo: sale al Vesuvio per vederlo, ma il vulcano gli nega la visione che cercava. <strong>«Il 2 marzo feci l’ascensione del Vesuvio, nonostante il tempo imbronciato e la vetta nuvolosa.»<br></strong>Già la prima frase dice tutto. Nonostante. Il tempo era brutto, la cima era avvolta dalle nuvole, e Goethe è salito lo stesso. Non è imprudenza. È fame. Da quando è arrivato a Napoli — sono passati appena cinque giorni — il Vesuvio è la cosa che vuole capire prima di tutte le altre. Lo aveva visto da lontano, in carrozza, «col suo poderoso fumacchio». Adesso vuole arrivargli sopra.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="636" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/rebell-santalucia-1024x636.jpg" alt="" class="wp-image-8482" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/rebell-santalucia-1024x636.jpg 1024w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/rebell-santalucia-300x186.jpg 300w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/rebell-santalucia-768x477.jpg 768w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/rebell-santalucia-1536x954.jpg 1536w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/rebell-santalucia-415x258.jpg 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/rebell-santalucia-650x404.jpg 650w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/rebell-santalucia-250x155.jpg 250w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/rebell-santalucia.jpg 1920w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Dipinto di Joseph Rebell &#8211; Santa Lucia con la Panatica di Terra e vista sul Vesuvio &#8211; 1815, utilizzato per la ricostruzione AI</figcaption></figure>



<p>Per farlo segue il percorso che tutti i viaggiatori del Settecento conoscevano. In carrozza fino a Resina — l’attuale Ercolano — poi a dorso di mulo tra i vigneti che salgono sul fianco del vulcano. Quei vigneti producevano già allora il Lacryma Christi, e crescevano su uno dei terreni più fertili d’Europa: la cenere vulcanica decomposta. Il Vesuvio uccideva e dava vita allo stesso tempo. Goethe lo registra senza commento, ma chi sale quei pendii oggi, tra le stesse viti, capisce subito cosa stava vedendo.<br>Da un certo punto in poi si scende dal mulo. Si va a piedi.</p>



<p><strong>«Proseguii a piedi sopra la lava dell’anno ’71, già ricoperta di muschio fine ma tenace, e procedetti sul fianco della colata.»<br></strong><br>La lava del ’71. Sedici anni prima. È la grande colata del maggio 1771, quella che ispirò Pietro Fabris a dipingere la celebre veduta notturna della corrente di lava, poi pubblicata nei Campi Phlegraei di Sir William Hamilton. Quella lava era scesa verso Resina, lungo lo stesso versante dove Goethe sta camminando. Il muschio sopra la pietra significa che la natura aveva ricominciato il suo lavoro. Sedici anni — e già il muschio.<br>C’è qualcosa di vertiginoso in questo dettaglio, che Goethe coglie senza enfatizzarlo. Sta camminando su un’eruzione recente. Cammina su materia viva, raffreddata. Cammina sopra un’inondazione di fuoco diventata pietra.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="550" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/campiflegrei-resina-1024x550.webp" alt="" class="wp-image-8453" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/campiflegrei-resina-1024x550.webp 1024w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/campiflegrei-resina-300x161.webp 300w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/campiflegrei-resina-768x413.webp 768w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/campiflegrei-resina-415x223.webp 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/campiflegrei-resina-650x349.webp 650w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/campiflegrei-resina-250x134.webp 250w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/campiflegrei-resina.webp 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Pietro Fabris, Lava che fuoriesce dal Vesuvio di notte e scorre verso Resina, 11 maggio 1771, da Campi Phlegraei di Sir William Hamilton.</figcaption></figure>



<p>Più in alto incontra la capanna dell’eremita — un francese che vivrà lì quindici anni. Era una tappa abituale per i viaggiatori. Goethe la lascia «alla mia sinistra, in alto», senza fermarsi. Non è venuto per il colore locale.<br>Poi comincia il gran cono di cenere.<br><strong>«Scalai infine, fatica davvero improba, il cono di cenere.»</strong></p>



<p>Chi è salito al Vesuvio sa cosa significa. Ogni passo affonda. Per ogni metro guadagnato se ne perde mezzo. La cenere cede sotto le scarpe come sabbia bagnata. È la fatica più ingrata della montagna — non la salita ripida, non l’altitudine, ma il suolo che non tiene. Improba — che parola precisa.<br>Arrivano in cima. E qui comincia la sconfitta.<br>«Il vertice era per due terzi sotto le nuvole.»<br>Per due terzi. Goethe è arrivato fino in cima al cono e non vede niente. Le nuvole sono dentro il cratere. La montagna gli sta dicendo no.</p>



<p>Ma Goethe non scende. Cerca un’altra via.<br>Trova l’antico cratere, ormai colmo di lave recenti. Le studia, le data: «non più di due mesi e mezzo». E nota anche «un sottile strato di cinque giorni fa, già raffreddato». Segna le date come un investigatore sulla scena del crimine. È materia viva, fresca, ancora calda da pochissimo. Cinque giorni prima — il 25 febbraio — la lava colava qui, mentre Goethe entrava a Napoli per la prima volta.<br>Il vulcano e lui sono arrivati allo stesso appuntamento, con cinque giorni di scarto.<br>Cammina sopra una collina che fuma da ogni parte. Il vento spinge il fumo nella direzione opposta — una fortuna, quasi un invito. Goethe ne approfitta. Vuole vedere il cratere vero. Avanza.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Fatti una cinquantina di passi in mezzo al vapore, questo s’infittì al punto che quasi non riuscivo a vedere le mie scarpe.»</p>
</blockquote>



<p>Cinquanta passi. Poi il vento cambia. Il fumo si chiude addosso. Goethe non vede più nemmeno le proprie scarpe. Tenere il fazzoletto davanti alla bocca non serve. La guida è sparita nella nebbia. Sotto i piedi c’è uno sfasciume — la parola è sua — di lava eruttata, instabile.<br>Ed è qui che Goethe fa una cosa che il poeta romantico non avrebbe fatto. Si ferma. Torna indietro.<br>«Ritenni quindi consigliabile tornare sui miei passi e riservare l’agognato spettacolo a un giorno più sereno e di fumo meno intenso.»<br>Ritenni consigliabile. Non c’è epica, non c’è sublime, non c’è fuga eroica. C’è la valutazione lucida di un uomo che sta imparando come si lavora con un vulcano: con prudenza. Per di più, aggiunge subito dopo, ho imparato come si respira a fatica in un’atmosfera del genere. Anche la sconfitta è una lezione. Soprattutto la sconfitta è una lezione.<br>Ed ecco la frase che cambia tutto.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img decoding="async" width="1024" height="758" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/goethevesuvio-1024x758.jpg" alt="" class="wp-image-8454" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/goethevesuvio-1024x758.jpg 1024w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/goethevesuvio-300x222.jpg 300w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/goethevesuvio-768x569.jpg 768w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/goethevesuvio-415x307.jpg 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/goethevesuvio-650x481.jpg 650w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/goethevesuvio-250x185.jpg 250w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/goethevesuvio.jpg 1133w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Vesuvio &#8211; Acquerello &#8211; J.W. von Goethe (1787)</figcaption></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Stavolta ne ho fatto la ricognizione e, non appena tornerà il bello, la cingerò formalmente d’assedio.»</p>
</blockquote>



<p>La cingerò formalmente d’assedio. In tedesco: werde ich sie förmlich belagern. Non è un’iperbole letteraria: è un lessico militare consapevole. Goethe non parla più da turista, non parla nemmeno più soltanto da poeta. Parla da generale. Il Vesuvio è diventato un avversario — non in senso ostile, ma conoscitivo. Un problema da accerchiare, esplorare, infine comprendere. La prima salita non è stata una passeggiata fallita. È stata una ricognizione.<br>In quel verbo — ricognizione — c’è la nascita di qualcosa.<br>Da Roma, fino a quel momento, Goethe aveva guardato l’Italia soprattutto da artista e da umanista. Le rovine, le statue, i quadri di Raffaello, l’Ifigenia da rielaborare. Sul Vesuvio, invece, guarda un fenomeno della natura con una disposizione diversa: osserva, confronta, misura, rinuncia, programma il ritorno. La parola «assedio» non è un’enfasi: è un metodo.<br>Goethe tornerà sul Vesuvio altre due volte: il 6 marzo, in compagnia di Tischbein, quando arriverà sull’orlo del cratere durante un intervallo tra due eruzioni e dovrà scappare sotto una pioggia di lapilli e cenere; e il 20 marzo, da solo, per inseguire una colata di lava verso Ottaviano e camminare sul coperchio di pietra incandescente che si forma sopra il torrente di fuoco. Tre salite. Tre tentativi. Tre vittorie progressive sullo stesso problema. Belagerung — assedio — è la parola esatta.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="552" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/fabbriscratere-1024x552.jpg" alt="" class="wp-image-8459" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/fabbriscratere-1024x552.jpg 1024w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/fabbriscratere-300x162.jpg 300w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/fabbriscratere-768x414.jpg 768w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/fabbriscratere-415x224.jpg 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/fabbriscratere-650x350.jpg 650w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/fabbriscratere-250x135.jpg 250w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/fabbriscratere.jpg 1260w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Pietro Fabris, Interno del cono del Vesuvio prima dell’eruzione del 1767 <br>Tavola 9 da Campi Phlegraei: Observations on the Volcanoes of the Two Sicilies di Sir William Hamilton, 1776</figcaption></figure>



<p>Ma c’è ancora qualcosa, in quella prima salita perduta. Qualcosa che chi legge in fretta non vede.<br>Goethe non scende dalla montagna a mani vuote. Riporta una ipotesi.<br>Negli ultimi paragrafi del diario, dopo aver raccontato il fumo, la fuga, i propositi, scrive:<br>«Ho però scoperto un fenomeno che m’è parso assai singolare e che intendo indagare più a fondo, informandomi in proposito presso esperti e collezionisti.»<br>Si tratta di un rivestimento stalattitico, grigiastro, su quello che chiama un «camino vulcanico». E poi la frase che merita di essere riletta lentamente:<br>«Questa roccia dura, grigiastra, simile a stalattite, sembra essersi prodotta per sublimazione di sottilissime esalazioni vulcaniche, senza intervento dell’umidità né fusione, e offre motivo a riflessioni ulteriori.»<br>Sublimazione di esalazioni vulcaniche. Senza intervento dell’umidità né fusione. È una proposizione tecnica. È un’ipotesi causale. È uno dei primi momenti del racconto vesuviano in cui Goethe passa dalla descrizione del fenomeno alla formulazione di un possibile meccanismo. Non una semplice impressione, non un’emozione: una proposta di spiegazione del come.<br>E va detto: la sua intuizione era, nel principio, notevolmente vicina alla spiegazione moderna. Molte incrostazioni fumaroliche si formano infatti per deposizione diretta di specie minerali da gas vulcanici caldi, senza passare per una fase liquida. Goethe non poteva identificarne la composizione mineralogica con gli strumenti della scienza successiva, ma aveva colto con straordinaria precisione il punto essenziale: il deposito non nasceva da acqua, né da fusione, ma da esalazioni.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full is-resized"><img loading="lazy" decoding="async" width="595" height="1000" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/versuchdiemetamo00goet_0005.jpg" alt="" class="wp-image-8494" style="width:445px;height:auto" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/versuchdiemetamo00goet_0005.jpg 595w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/versuchdiemetamo00goet_0005-179x300.jpg 179w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/versuchdiemetamo00goet_0005-415x697.jpg 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/04/versuchdiemetamo00goet_0005-250x420.jpg 250w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /><figcaption class="wp-element-caption">La metamorfosi delle piante &#8211; Prima Edizione</figcaption></figure></div>


<p>Tre anni più tardi, nel 1790, esce a Gotha, presso Carl Wilhelm Ettinger, un piccolo libro di 86 pagine: Versuch die Metamorphose der Pflanzen zu erklären. Un saggio sulla metamorfosi delle piante. Sarà la prima opera naturalistica autonoma di Goethe. Da quel momento, fino alla morte, scriverà di ottica, di mineralogia, di anatomia comparata, di geologia, di meteorologia. La Farbenlehre, la teoria dei colori, sarà l’opera scientifica alla quale legherà una parte decisiva della propria identità intellettuale.<br>Lo scienziato Goethe non nasce solo qui. Ha già alle spalle interessi anatomici, mineralogici e botanici; e nascerà ancora, in altri luoghi: in un orto botanico di Padova, in un giardino pubblico di Palermo, sulle rocce di Paestum. Ma forse qui, sul Vesuvio, quella disposizione assume per la prima volta una forma narrativa esemplare: osservazione, fallimento, ipotesi, ritorno.<br>Nasce su un cono di cenere, in mezzo a un fumo che gli toglie la vista delle proprie scarpe, davanti a un vulcano che si rifiuta di farsi vedere. Nasce nel momento esatto in cui un poeta tedesco di trentasette anni, sconfitto da una nuvola, decide di non arrendersi e annota — con calma, in una sintassi quasi fredda — la cingerò formalmente d’assedio.<br>Goethe non era venuto al Vesuvio solo per il sublime. Era venuto per capire. E quando non aveva potuto, si era organizzato per tornare.<br>È così che si fa scienza. È così che, spesso, si è sempre fatta.</p>



<p>Il Vesuvio del 1787 apparteneva alla lunga fase di attività persistente iniziata dopo la grande eruzione del 1631 e conclusa con l’eruzione del 1944, che chiuse quel ciclo eruttivo e modificò profondamente l’assetto del cratere sommitale. La «capanna dell’eremita» presso cui passò Goethe sorgeva non lontano dal punto in cui, tra il 1841 e il 1845, sarebbe stato costruito l’Osservatorio Vesuviano: il primo osservatorio vulcanologico del mondo. Salendo oggi al cono terminale, sulla strada per il cratere, lo si attraversa due volte.<br></p>



<p>Fonti<br>J.W. Goethe,<em> Viaggio in Italia,</em> a cura di Roberto Fertonani, Mondadori, voce del 2 marzo 1787; note 339 e 340.<br>J.W. Goethe, <em>Italienische Reise</em>, edizione tedesca di riferimento, Hamburger Ausgabe, vol. XI.<br>J.W. Goethe, <em>Versuch die Metamorphose der Pflanzen zu erklären</em>, Gotha, Carl Wilhelm Ettinger, 1790.<br>William Hamilton, <em>Campi Phlegraei. Observations on the Volcanos of the Two Sicilies</em>, Napoli, 1776.<br>Pietro Fabris, vedute vulcanologiche per i <em>Campi Phlegraei </em>di William Hamilton, in particolare la rappresentazione della corrente lavica del maggio 1771 verso Resina.<br>Boris Behncke et al., <em>Vesuvio: Activity from 1632 until 1794</em>, Università di Catania, banca dati storico-eruttiva.<br>Roberto Scandone, Lisetta Giacomelli, <em>Vesuvius and Vesuvians: A Geophysical Story, in Journal of Volcanology and Geothermal Research</em>, Elsevier.<br>H. Frank, voce «Naturwissenschaftliche Schriften», in<em> Goethe Handbuch</em>, J.B. Metzler, Stuttgart, 1996-1997.</p>



<p></p>



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		<title>Glück &#8211; L&#8217;incontro con Filangieri</title>
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		<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 14:22:10 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spun Grand Tour]]></category>
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<p class="has-drop-cap">Napoli, marzo 1787. Goethe è in città da una decina di giorni e la felicità è dappertutto. Non quella dei filosofi — quella dei sensi. Il Vesuvio che fuma, i mercati che urlano, le notti di plenilunio sul lungomare di Chiaia dove — annota — «si ha veramente la sensazione dell&#8217;infinità dello spazio». Dopo la Roma «estremamente seria», Napoli è il suo contrario: «qui tutto invece è improntato ad allegria e a buon umore». Perfino le chiese sembrano fatte per divertirsi. Un cappuccino cammina avanti e indietro su un pulpito largo come una galleria, rampognando i fedeli «per la loro vita peccaminosa» con l&#8217;aria di chi recita a teatro. <br>È una felicità che non ha bisogno di giustificazioni. Esiste e basta. <br>E poi Goethe incontra un uomo che la felicità, invece, la vuole fondare.<br>Lo presenta con una certa cautela, quasi di passaggio. «Debbo darvi qualche breve ragguaglio circa un uomo egregio che ho conosciuto in questi giorni: il cavalier Filangieri, noto per il suo libro sulle legislazioni.» Non è un inizio da ritratto eroico. È da corrispondenza privata — il tono di chi non vuole esagerare ma non riesce a tacere.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="668" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/palazzo-filangieri-1024x668.jpg" alt="" class="wp-image-8435" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/palazzo-filangieri-1024x668.jpg 1024w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/palazzo-filangieri-300x196.jpg 300w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/palazzo-filangieri-768x501.jpg 768w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/palazzo-filangieri-1536x1002.jpg 1536w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/palazzo-filangieri-2048x1335.jpg 2048w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/palazzo-filangieri-415x271.jpg 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/palazzo-filangieri-650x424.jpg 650w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/palazzo-filangieri-250x163.jpg 250w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Interno di Palazzo Filangieri d&#8217;Arianello in via Atri</figcaption></figure>



<p>Poi viene la frase decisiva: «Egli fa parte di quei giovani degni di stima che hanno di mira la felicità degli uomini, non disgiunta da un&#8217;onorevole libertà.»</p>



<p>Felicità. Non benessere, non progresso, non ordine pubblico. Felicità. Nella lingua tedesca di Goethe la parola è Glück — che significa sia felicità sia fortuna, come se le due cose fossero inseparabili. Ma per Filangieri la felicità non è fortuna. È un progetto. L&#8217;intera Scienza della Legislazione — iniziata a pubblicare nel 1780 — si fonda su un&#8217;idea che oggi suona ovvia ma nel Settecento era esplosiva: le leggi non esistono per conservare il potere, ma per produrre felicità. «Le buone leggi sono l&#8217;unico sostegno della felicità nazionale», scrive Filangieri. E quella felicità nazionale non è un&#8217;astrazione: è la somma delle felicità dei singoli cittadini. Ogni individuo conta. Ogni persona ha diritto a star bene.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="565" height="1024" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/filangierispun-565x1024.jpg" alt="" class="wp-image-8405" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/filangierispun-565x1024.jpg 565w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/filangierispun-165x300.jpg 165w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/filangierispun-768x1392.jpg 768w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/filangierispun-847x1536.jpg 847w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/filangierispun-1130x2048.jpg 1130w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/filangierispun-415x752.jpg 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/filangierispun-650x1178.jpg 650w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/filangierispun-250x453.jpg 250w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/filangierispun-scaled.jpg 1412w" sizes="(max-width: 565px) 100vw, 565px" /></figure></div>


<p>Gaetano Filangieri ha trentaquattro anni. È nobile, napoletano, già famoso in tutta Europa — nel 1787 probabilmente più di Goethe stesso. La Scienza della Legislazione è stata tradotta in francese, spagnolo, tedesco, inglese. Benjamin Franklin ne possiede due copie nella sua biblioteca personale e ci corrisponde direttamente — mentre dall&#8217;altra parte dell&#8217;oceano si scrive una Costituzione che nel suo preambolo metterà il pursuit of happiness, il diritto a perseguire la felicità. Non è una coincidenza. Le idee di Filangieri attraversano l&#8217;Atlantico prima di lui.<br>Eppure vive a Napoli, nel palazzo avito al Largo Arianiello, in quella che Goethe pochi giorni dopo definirà «signorile ristrettezza». Non è un uomo ricco. È un uomo che pensa in grande.<br>Quello che colpisce Goethe non è la fama. È la forma.<br>«Dal suo contegno traspare il decoro del soldato, del cavaliere e dell&#8217;uomo di mondo, temperato però dall&#8217;espressione d&#8217;un delicato senso morale diffuso in tutto il suo essere e che emana bellamente dalla parola e dal gesto.»<br>È un ritratto preciso. Filangieri non è l&#8217;intellettuale astratto che ragiona nell&#8217;aria. Le sue idee abitano il corpo, escono dalla voce, si leggono nel modo in cui stringe la mano o sceglie le parole. Goethe — che di fisionomie se ne intende — riconosce qualcosa di raro: il pensiero che si fa presenza. Come se la felicità che Filangieri teorizza nei libri gli fosse già scritta addosso.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="768" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/targa-francavilla-1024x768.jpg" alt="" class="wp-image-8392" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/targa-francavilla-1024x768.jpg 1024w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/targa-francavilla-300x225.jpg 300w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/targa-francavilla-768x576.jpg 768w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/targa-francavilla-640x480.jpg 640w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/targa-francavilla-415x311.jpg 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/targa-francavilla-650x488.jpg 650w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/targa-francavilla-250x188.jpg 250w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/targa-francavilla.jpg 1280w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Poi viene il politico.<br>Filangieri è «profondamente rispettoso del suo re e del reame», ma non approva tutto ciò che accade nel regno. E c&#8217;è qualcosa che lo spaventa davvero: l&#8217;ombra di Giuseppe II d&#8217;Austria, che molti a Napoli temono abbia mire sull&#8217;Italia. «L&#8217;immagine d&#8217;un despota, pur se aleggi soltanto nell&#8217;aria, impaurisce gli uomini dabbene.»<br>Il despota è il contrario esatto della felicità filangieriana. Il despota decide per tutti. La felicità, invece, è dei singoli — e sono le leggi giuste a proteggerla. Ecco perché Filangieri parla con Goethe con «grande schiettezza» di ciò che Napoli ha da temere. Non è paura. È lucidità.<br>Discorre di Montesquieu, di Beccaria, delle proprie opere. Sempre, annota Goethe, «nel medesimo spirito di buona volontà e con vivo slancio giovanile per il ben fare».<br>Quella parola — giovanile — non è casuale. Filangieri ha trentaquattro anni e ragiona come se il mondo fosse ancora tutto da costruire. Il bene da fare, la felicità da fondare. Non come utopia, ma come ingegneria: legge per legge, articolo per articolo.</p>


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<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="558" height="1024" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600-558x1024.webp" alt="" class="wp-image-8407" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600-558x1024.webp 558w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600-164x300.webp 164w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600-768x1409.webp 768w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600-837x1536.webp 837w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600-415x761.webp 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600-650x1193.webp 650w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600-250x459.webp 250w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/s-l1600.webp 872w" sizes="(max-width: 558px) 100vw, 558px" /></figure></div>


<p>Poi arriva Vico.<br>A un certo punto della conversazione, Filangieri introduce un nome: Giovan Battista Vico — filosofo napoletano del secolo precedente, allora pressoché sconosciuto fuori dall&#8217;Italia. La sua Scienza Nuova, pubblicata oltre sessant&#8217;anni prima, non ha ancora una traduzione tedesca — non l&#8217;avrà fino al 1924, a opera di Erich Auerbach. Eppure questi «moderni italiani amici delle leggi» lo tengono per superiore a Montesquieu. Il libro viene consegnato a Goethe «come una reliquia».</p>



<p>Goethe lo sfoglia. Ne ricava un&#8217;impressione obliqua: vi scorge «sibillini presagi del bene e del giusto, il cui avvento è previsto, o prevedibile, sulla base di severe meditazioni intorno a ciò che ci è stato tramandato e a ciò che vive.» Non capisce tutto, forse. Ma capisce il gesto. Filangieri non è solo un illuminista cosmopolita con lo sguardo su Parigi e Philadelphia. È anche il custode di qualcosa di più antico e più profondo — una tradizione di pensiero che dal fondo del Sud prova a spiegare come i popoli nascono, crescono, cercano il bene. Una filosofia che non separa la felicità dalla storia.<br>«È molto bello per un popolo possedere un tal patriarca», scrive Goethe. E aggiunge che un giorno i tedeschi avranno in Hamann «un breviario non dissimile».</p>



<figure class="wp-block-image size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="983" height="800" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/vico-scienza-nuova.jpg" alt="" class="wp-image-8394" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/vico-scienza-nuova.jpg 983w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/vico-scienza-nuova-300x244.jpg 300w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/vico-scienza-nuova-768x625.jpg 768w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/vico-scienza-nuova-415x338.jpg 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/vico-scienza-nuova-650x529.jpg 650w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/vico-scienza-nuova-250x203.jpg 250w" sizes="(max-width: 983px) 100vw, 983px" /></figure>



<p>Prima di chiudere la pagina, un&#8217;ultima nota.<br>«Non credo abbia ancora toccato la quarantina.»<br>Goethe la scrive come si annota un dettaglio. Una cosa fra le altre. Sedici mesi dopo, il 21 luglio 1788, Gaetano Filangieri muore di tisi a Vico Equense. Ha trentacinque anni. La Scienza della Legislazione resta incompiuta — dei sette libri previsti, ne ha completati quattro e una parte del quinto.<br>La felicità degli uomini che aveva di mira rimane un progetto aperto. Ma Filangieri lo sapeva. Lo aveva scritto lui stesso: «Il filosofo deve essere l&#8217;apostolo della verità. Se i lumi che egli sparge non sono utili pel suo secolo e per la sua patria, lo saranno sicuramente per un altro secolo e per un altro paese.»</p>



<p>&nbsp;</p>
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		<title>Jakob Philipp Hackert</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 14:44:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spun Grand Tour]]></category>
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<p class="has-drop-cap">Ci sono pagine del Viaggio in Italia che sembrano marginali e non lo sono. Sette righe in tutto. Una visita pomeridiana a un pittore, una passeggiata in riva al mare, qualche pesce strano tirato fuori dalle onde. La giornata era stupenda, la tramontana sopportabile.<br>«Oggi facemmo visita a Philipp Hackert, il celebre paesaggista, che gode di speciale confidenza e d&#8217;insigne favore presso il re e la regina. Gli è stata riservata un&#8217;ala del palazzo Francavilla, ch&#8217;egli ha fatto arredare con gusto d&#8217;artista e dove abita con soddisfazione.»<br>«È un uomo dalle idee assai chiare ed acute, che lavora senza tregua, ma sa godersi la vita.»<br>Quattordici parole, l&#8217;ultima frase. Sembra una nota di servizio. È invece la risposta a una domanda che Goethe si stava facendo da mesi.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="691" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/Il-Golfo-di-Napoli-vicino-a-Santa-Lucia-Jakob-Philipp-Hackert-1024x691.jpg" alt="" class="wp-image-8423" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/Il-Golfo-di-Napoli-vicino-a-Santa-Lucia-Jakob-Philipp-Hackert-1024x691.jpg 1024w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/Il-Golfo-di-Napoli-vicino-a-Santa-Lucia-Jakob-Philipp-Hackert-300x202.jpg 300w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/Il-Golfo-di-Napoli-vicino-a-Santa-Lucia-Jakob-Philipp-Hackert-768x518.jpg 768w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/Il-Golfo-di-Napoli-vicino-a-Santa-Lucia-Jakob-Philipp-Hackert-415x280.jpg 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/Il-Golfo-di-Napoli-vicino-a-Santa-Lucia-Jakob-Philipp-Hackert-650x438.jpg 650w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/Il-Golfo-di-Napoli-vicino-a-Santa-Lucia-Jakob-Philipp-Hackert-250x169.jpg 250w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/Il-Golfo-di-Napoli-vicino-a-Santa-Lucia-Jakob-Philipp-Hackert.jpg 1260w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption class="wp-element-caption">Il Golfo di Napoli vicino a Santa Lucia &#8211; Jakob-Philipp Hackert</figcaption></figure>



<p class="has-drop-cap">Per capire il peso di quell&#8217;incontro bisogna sapere chi era Hackert nel febbraio 1787.<br>Jakob Philipp Hackert ha quarantanove anni. È nato in Prussia, a Prenzlau, da una famiglia di pittori. Ha studiato a Berlino, è passato per Parigi, dove ha conosciuto Claude-Joseph Vernet — il grande paesaggista francese — e ha imparato la lezione che gli cambierà la vita: dipingere il vero. Dal 1768 vive in Italia. Per quasi vent&#8217;anni è stato a Roma, dove è diventato il riferimento dei paesaggisti del Nord — francesi, tedeschi, olandesi che, sulla scia di Claude Lorrain, Poussin e Dughet, popolavano la città eterna. Nel 1786 si è trasferito a Napoli, chiamato come pittore di Corte da Ferdinando IV di Borbone.<br>Goethe lo conosce ancora prima di conoscerlo.<br>A Roma, nell&#8217;autunno del 1786, aveva partecipato alle riunioni di Frascati: artisti e dilettanti che si trovavano la sera, posavano sulla tavola i fogli disegnati durante il giorno, li commentavano. Quel sistema — pratico, comunitario, quasi artigianale — era stato inventato da Hackert. Il consigliere Reiffenstein lo aveva ereditato dopo il suo trasferimento a Napoli. «La lodevole iniziativa risale propriamente a Philipp Hackert», scriverà Goethe, «che con gusto eccezionale sapeva disegnare ed elaborare paesaggi dal vero.» Quando il 28 febbraio Goethe varca la soglia del palazzo Francavilla, sulla Riviera di Chiaia, sta incontrando un uomo che, senza saperlo, gli aveva già insegnato qualcosa.</p>



<figure class="wp-block-image size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="1024" height="422" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/cellamare-1024x422.webp" alt="" class="wp-image-8399" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/cellamare-1024x422.webp 1024w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/cellamare-300x124.webp 300w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/cellamare-768x316.webp 768w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/cellamare-415x171.webp 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/cellamare-650x268.webp 650w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/cellamare-250x103.webp 250w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/cellamare.webp 1112w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Il palazzo Francavilla è una delle dimore aristocratiche più belle di Napoli. Cinquecentesco, ampliato nel Settecento, oggi noto come palazzo Cellamare. Hackert ha l&#8217;intera ala riservata. Il diario nota — con un&#8217;invidia trattenuta da gentleman — che il pittore l&#8217;ha «arredata con gusto d&#8217;artista» e ci abita «con soddisfazione». Tradotto: vive bene. Stipendio reale, casa di rappresentanza, rapporto privilegiato con il re Ferdinando IV e la regina Maria Carolina. Dà lezioni di disegno alle principesse. La sera viene invitato a Corte per conversazioni d&#8217;arte. Sta lavorando senza tregua alla serie dei porti del regno — un&#8217;enorme commissione sul modello di Vernet in Francia, oggi conservata a Caserta — e alle Quattro stagioni per la riserva di caccia di Fusaro, che considererà la sua opera maggiore.<br>Ed è felice.<br>Questo è il punto. Goethe non è abituato. Goethe viene da una corte tedesca dove serviva il duca Karl August come Geheimer Rat, sovrintendeva alle miniere, alle strade, alle finanze, e si sentiva soffocare. Era fuggito. Aveva lasciato Weimar in segreto, era arrivato in Italia sotto falso nome, viaggiava come Philipp Müller. Fuggire la corte era stato il suo modo di salvare l&#8217;artista che aveva dentro.<br>Hackert, alla corte, ci stava. E si era salvato lo stesso.</p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>«Lavora senza tregua, ma sa godersi la vita.»</p>



<p>Napoli, 28 febbraio 1787</p>
</blockquote>



<p>Non è una descrizione neutra. È un programma. Goethe vede in Hackert l&#8217;uomo che ha fatto quello che lui non sa ancora se riuscirà a fare: tenere insieme le due cose che sembravano alternative. Il rigore tedesco e la dolcezza meridionale. Il lavoro e la gioia. Il servizio e la libertà.<br>Hackert lavora senza tregua. È l&#8217;aggettivo che torna, due settimane dopo, quando Goethe lo rivedrà a Caserta: «attende senza tregua a dipingere e a disegnare». Non è un dilettante che si concede l&#8217;arte come svago — è un professionista che produce, ogni giorno, tavola dopo tavola, paesaggio dopo paesaggio. Eppure non è grigio, non è amaro, non è ossessivo. Sa godersi la vita. Sa frequentare la Corte. Sa essere affabile. Sa, come scriverà poco dopo, «circondarsi di simpatia e farebbe di ciascuno un proprio discepolo».<br>In tedesco Hackert è il tipo opposto del giovane Sturm und Drang — l&#8217;artista titanico, solitario, ribelle. È un altro modello: l&#8217;artista come artigiano colto, integrato nella società, produttivo, sereno. È il modello che Goethe sta cominciando a desiderare per sé. La fuga in Italia non finirà con un addio definitivo a Weimar — finirà con un ritorno, e con un nuovo accordo: meno amministrazione, più arte e scienza, ma sempre dentro la corte. Hackert è il prototipo di quell&#8217;accordo. Goethe lo guarda e capisce che si può.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" decoding="async" width="801" height="1024" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/philipphackert-801x1024.jpg" alt="" class="wp-image-8440" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/philipphackert-801x1024.jpg 801w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/philipphackert-235x300.jpg 235w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/philipphackert-768x982.jpg 768w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/philipphackert-415x531.jpg 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/philipphackert-650x831.jpg 650w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/philipphackert-250x320.jpg 250w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/03/philipphackert.jpg 1095w" sizes="(max-width: 801px) 100vw, 801px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ritratto di Jacob Philipp Hackert di Anna Dorothea Lisiewska</figcaption></figure></div>


<p>Il pomeriggio non finisce nel palazzo. Hackert li accompagna in riva al mare, a vedere i pescatori. «Vedemmo trarre dalle onde ogni sorta di pesci e di forme bizzarre.»<br>Una frase apparentemente decorativa. In realtà è uno dei piccoli miracoli del Viaggio in Italia. Goethe è a Napoli da tre giorni. Tra quarantotto ore salirà per la prima volta al Vesuvio. Tra tre settimane sarà a Paestum. Sette settimane più tardi, in un giardino di Palermo, gli verrà l&#8217;intuizione dell&#8217;Urpflanze, la pianta originaria. Il Goethe scienziato, il Goethe naturalista, il Goethe della botanica e del vulcanismo — sta nascendo proprio in quei giorni.<br>E nasce, simbolicamente, in compagnia di Hackert.<br>Perché Hackert era già quello che Goethe stava per diventare: un osservatore preciso del reale. Non un sognatore di paesaggi ideali — un disegnatore puntuale, scientifico, che voleva piante e alberi botanicamente corretti, luoghi riconoscibili al primo sguardo. Quando, due settimane dopo a Caserta, Hackert dirà a Goethe la sua frase più famosa — «Lei è dotato, però non è in grado di far nulla di preciso» — non sarà solo una critica al disegno. Sarà la consegna di un metodo. Nettezza del disegno, sicurezza e chiarezza della lumeggiatura. Le tre regole che valevano per il pennello varranno presto per l&#8217;occhio di Goethe sulla natura intera.<br>I pesci tirati fuori dalle onde, in quella prima sera, sono già una lezione. Hackert li guarda da pittore. Goethe imparerà a guardarli da naturalista. Ma il gesto è lo stesso: chinarsi sul reale e prenderne le misure.</p>



<p>Vent&#8217;anni dopo, il 28 aprile 1807, Hackert muore in una piccola tenuta vicino Firenze, San Piero di Careggi, dove si era rifugiato dopo la fuga da Napoli durante la Repubblica Partenopea del 1799. Lascia disposizioni precise: i suoi appunti autobiografici devono andare a Goethe.<br>Le carte arrivano a Weimar il 5 giugno. Goethe le legge il 7 e l&#8217;8. Già il 29 e 30 giugno pubblica un primo estratto sul Morgenblatt für gebildete Stände. Quattro anni dopo, nel 1811, esce a Tubinga per i tipi di J.G. Cotta il volume completo: Philipp Hackert. Biographische Skizze, meist nach dessen eigenen Aufsätzen entworfen — Skizze biografica, in larga parte tratta dai suoi propri appunti.<br>È l&#8217;unico libro che Goethe abbia mai dedicato alla vita di un altro artista. Non a Winckelmann, non a Tischbein. A Hackert.<br>In quella scelta, postuma e silenziosa, c&#8217;è il senso di quel pomeriggio del 28 febbraio 1787. Goethe non aveva incontrato un pittore. Aveva incontrato una possibilità di vita. E gliela aveva pagata, vent&#8217;anni dopo, con il dono che uno scrittore può fare a un amico morto: ricordarlo per iscritto.</p>



<p>Il palazzo Francavilla esiste ancora, sulla Riviera di Chiaia. Oggi si chiama palazzo Cellamare. Nessuna targa ricorda che lì abitò il pittore tedesco di un re Borbone, o che un pomeriggio di febbraio del 1787 vi salì un viaggiatore in incognito che si faceva chiamare Müller. La Riviera di Chiaia è ancora bellissima. E i pescatori, qualche volta, tirano ancora fuori dalle onde forme bizzarre.</p>



<p>Fonti<br>J.W. Goethe, <em>Viaggio in Italia</em>, a cura di Roberto Fertonani, Mondadori (voci del 28 febbraio e 14-16 marzo 1787; Note 233, 239, 333)<br>J.W. Goethe, <em>Philipp Hackert. Biographische Skizze, meist nach dessen eigenen Aufsätzen entworfen</em>, J.G. Cotta, Tübingen 1811<br>W. von Löhneysen, voce «Hackert, Philipp» in <em>Neue Deutsche Biographie 7</em> (1966), pp. 410-411<br>Wolfgang Krönig et al., <em>Jakob Philipp Hackert. Der Landschaftsmaler der Goethezeit</em>, Köln-Weimar-Wien 1994<br>Claudia Nordhoff, <em>Jakob Philipp Hackert 1737-1807. Verzeichnis seiner Werke</em>, 2 voll., Berlin 1994<br>H. Frank, voce «Philipp Hackert» in<em> Goethe Handbuch</em>, a cura di B. Witte e P. Schmidt, J.B. Metzler, Stuttgart 1997</p>
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		<item>
		<title>Goethe arriva a Napoli</title>
		<link>https://goethe.reise/arrivo-a-napoli/?utm_source=rss&#038;utm_medium=rss&#038;utm_campaign=arrivo-a-napoli</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[spun]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Feb 2026 14:28:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Spun Grand Tour]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[
<p class="has-drop-cap">C&#8217;è un momento preciso in cui il viaggio cambia natura.<br>Non è la partenza da Roma — quella è solo logistica, bauli e carrozze. Non è il passaggio per le paludi Pontine, che Goethe trova persino migliori di quanto gli avevano detto. Il momento è un altro. È dopo Capua, quando la piana si apre e l&#8217;aria cambia. È una felicità che non ha bisogno di giustificazioni. Esiste e basta. <br>E poi Goethe incontra un uomo che la felicità, invece, la vuole fondare. </p>



<p class="has-drop-cap"></p>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Alla nostra sinistra avevamo sempre il Vesuvio col suo poderoso fumacchio, e io gioivo tra me di poter finalmente contemplare quello straordinario spettacolo con i miei occhi</p>
<cite>25 Febbraio 1787</cite></blockquote>



<p>La carrozza avanza tra campi di grano verde, già alto una spanna. Filari di pioppi reggono le viti, i tralci oscillano da un albero all&#8217;altro come reti. Il cielo si apre. Il sole picchia.</p>



<p><strong>«Man mano che ci avvicinavamo a Napoli l&#8217;atmosfera si faceva sempre più pura.»</strong></p>



<p>E poi la frase che vale tutto il viaggio:</p>



<p><strong>«Ormai ci trovavamo davvero in un&#8217;altra terra.»</strong></p>



<p> La carrozza avanza tra campi di grano verde, già alto una spanna. Filari di pioppi reggono le viti, i tralci oscillano da un albero all&#8217;altro come reti. Il cielo si apre. Il sole picchia.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-9-16 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<iframe title="Goethe in Carrozza verso Napoli" width="422" height="750" src="https://www.youtube.com/embed/umeAYDkcyJU?feature=oembed" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture; web-share" referrerpolicy="strict-origin-when-cross-origin" allowfullscreen></iframe>
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<p>Non un&#8217;altra città. Un&#8217;altra terra. Chi ha fatto il viaggio da Roma a Napoli, anche oggi, sa di cosa parla. C&#8217;è un punto in cui la luce cambia registro, le case cambiano forma, i gesti della gente cambiano velocità. Goethe lo coglie con un&#8217;esattezza che ha qualcosa di fisico: le case dai tetti piatti, la gente che sciama per strada, il napoletano convinto di vivere in paradiso e che si fa un&#8217;idea desolante del Nord.</p>



<p>A Roma, alla fine del 1786, Goethe aveva scritto una frase enorme: <br><strong>«conto d&#8217;esser nato una seconda volta, d&#8217;essere davvero risorto»</strong>. </p>



<p>Non era retorica. A Roma si era davvero trasformato. Aveva completato la stesura definitiva dell&#8217;Ifigenia in Tauride, studiato Winckelmann fino all&#8217;ossessione, imparato a guardare una statua come si guarda un volto vivo.<strong> </strong></p>



<p><strong>«Ogni giorno mi spoglio di un&#8217;altra buccia»</strong>, aveva scritto, <strong>«e spero di tornare fatto uomo nel vero senso della parola.»</strong></p>



<p>Roma era stata la seconda nascita — lenta, disciplinata, tutta interiore.</p>



<p>Ma una nascita, a un certo punto, ha bisogno del mondo.<br>A Napoli non basta guardare. Bisogna capire. E per capire bisogna arrendersi. Ogni viaggiatore arrivava con i suoi pregiudizi — la guida Volkmann parlava di trenta-quarantamila oziosi per le strade — e Goethe li smonta uno a uno. A un certo punto si ferma a osservare una frotta di ragazzini cenciosi accovacciati in cerchio su una piazza, le mani appoggiate a terra. Non capisce. Si spreme il cervello. Poi scopre che un fabbro aveva arroventato un cerchione di ferro lì vicino, e la pietra aveva conservato il calore. I bambini se ne stavano lì, in silenzio, a scaldarsi le mani con quel poco. Non è miseria — è intelligenza. Non è ozio — è una forma di vita che segue leggi diverse da quelle del Nord.</p>



<p><strong>«Tutto induce a credere che una terra felice come questa, dove ogni elementare bisogno si trova copiosamente soddisfatto, produca anche gente d&#8217;indole felice.»</strong><br></p>



<p>La cosa più rivelatrice, però, non è quello che Goethe vede. È quello che Napoli gli fa. A Roma organizzava le giornate con metodo — il disegno la mattina, le visite il pomeriggio, Winckelmann la sera. A Napoli il programma salta. </p>



<p><strong>«Questo paese induce alla negligenza e alla vita comoda»</strong>, scrive, e non è una lamentela — è lo stupore di uno che si scopre cambiato. Napoli lo sta rallentando. Lo sta assorbendo nel suo ritmo. </p>



<p><strong>«La città stessa di Napoli si presenta piena d&#8217;allegria, di libertà, di vita.» </strong></p>



<p>Tre parole che appartengono solo a Napoli.</p>



<p>Il 26 febbraio — così nel Viaggio in Italia — Goethe apre la prima pagina napoletana con l&#8217;indirizzo.<br><strong>«Alla locanda del Signor Moriconi al Largo del Castello.»</strong><br>Lo scrive con il piacere di chi assapora un suono: «è questo l&#8217;indirizzo, non meno pomposo che accogliente, al quale potrebbero ora esserci recapitate lettere dalle quattro parti del mondo.» Una piccola vanità. Sono arrivato. Scrivetemi qui.<br>Il Largo del Castello era la grande spianata davanti al Maschio Angioino, affacciata sul mare. La stanza è bellissima. Spaziosa, d&#8217;angolo, con un balcone di ferro che gira intorno all&#8217;edificio e una vista sulla piazza sempre in movimento. Il soffitto decorato con cento riquadri di arabeschi — siamo vicini a Pompei, e si vede già.<br>Solo una cosa manca.<br>Il riscaldamento.</p>



<p>Febbraio a Napoli fa quello che fa febbraio — non chiede permesso.<br><strong>«Non si vede ombra di focolare né di camino, mentre il febbraio si fa sentire anche qui.»<br></strong>Goethe è indisposto. Ha freddo. Gli portano un treppiede con sopra un braciere piatto, pieno di carbone dolce coperto da uno strato liscio di cenere. Per riscaldarsi bisogna togliere la cenere con l&#8217;anello di una chiave — piano, con delicatezza, senza fretta. Chi smuove le braci per avere più calore in un colpo solo spegne tutto, e poi deve pagare per far riempire di nuovo la bacinella.<br>Un fuoco che punisce l&#8217;impazienza. Un fuoco perfettamente napoletano.<br>Per il pavimento gelido, una stuoia di vimini. Per il corpo, niente pellicce — qui erano una rarità. Goethe apre i bagagli e tira fuori una cappa da marinaio che lui e Tischbein avevano portato per bizzarria, un souvenir che non avevano mai pensato di usare davvero. La indossa. Se la stringe al corpo con una cinghia delle valigie.<br><strong>«Mi facevo un buffo effetto, a metà fra il lupo di mare e il frate cappuccino.»<br></strong>Quando Tischbein torna dall&#8217;aver visitato alcuni amici napoletani, trova il poeta imbacuccato in una cappa marinaresca legata con una cinghia, seduto su una stuoia di vimini, davanti a un braciere che scaldava a malapena, in una sala con cento arabeschi e zero camini.<br>Non riesce a trattenersi dal ridere.</p>



<p>C&#8217;è qualcosa di enormemente consolante in questa scena.<br>Goethe aveva aspettato tutta la vita di arrivare a Napoli. Suo padre c&#8217;era stato prima di lui, e non aveva mai smesso di parlarne. Il 27 febbraio, dopo aver visto al tramonto la grotta di Posillipo, scriverà una frase che pesa come una pietra: </p>



<p><strong>«mio padre non poté mai essere del tutto infelice, perché il suo pensiero tornava sempre a Napoli.»</strong><br></p>



<p>Per mesi, da Roma, aveva guardato verso Sud con l&#8217;impazienza di chi sa che il meglio deve ancora venire.<br>E la prima pagina che scrive da Napoli — il freddo, il braciere, la cappa — non è una delusione. È Goethe che non si risparmia il ridicolo nemmeno nel luogo dei sogni. I grandi scrittori sanno che il sublime e il grottesco convivono sempre — anzi, spesso sono la stessa cosa. Il viaggio della vita, il luogo tanto atteso — e tu sei lì con una cappa da marinaio stretta con una cinghia, a soffiare su un braciere con l&#8217;anello di una chiave.<br>Il 27 febbraio si sveglia guarito. E scrive la frase che contiene già tutto quello che Napoli sarà per lui — il Vesuvio, Pompei, Pozzuoli, Filangieri, Hamilton, Paestum, il mare:<br><strong>«Ci siamo dati alla pazza gioia.»</strong></p>



<p>A Roma era nato una seconda volta. A Napoli quella vita nuova trovò il suo ritmo.</p>



<p>La locanda del Signor Moriconi non esiste più. Fu Benedetto Croce, nel suo Volfango Goethe a Napoli del 1903, a ricostruirne l&#8217;ubicazione esatta: le case comprese tra il Vico delle Campane e il Vico Sant&#8217;Antonio Abate, la proprietaria Teresa Prencipe, il locandiere Domenico Moriconi. L&#8217;intero isolato fu demolito alla fine dell&#8217;Ottocento nel grande piano di risanamento urbano. Chi oggi vuole trovare il punto dove Goethe si strinse in quella cappa da marinaio deve fermarsi all&#8217;ingresso della Galleria Umberto I, dal lato di Piazza Municipio.<br>Nessuna targa ricorda quel febbraio del 1787.<br>Il Vesuvio è ancora lì. Dal 1944 non erutta più — il grande cono è silenzioso, senza fumo, senza colate. Ma incombe esattamente come allora, e chi arriva da Nord per la prima volta capisce ancora, alla prima occhiata, perché Goethe scriveva finalmente.</p>



<p>Fonti<br><em>J.W. Goethe, Viaggio in Italia, a cura di Roberto Fertonani, Mondadori<br>Benedetto Croce, Volfango Goethe a Napoli. Aneddoti e ritratti, Napoli, Luigi Pierro, 1903</em></p>



<p></p>
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		<title>Quel Maledetto Secondo Cuscino</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Feb 2026 14:39:09 +0000</pubDate>
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<p class="has-drop-cap">Nel <em>Viaggio in Italia</em> c&#8217;è una voce che manca. Non manca per dimenticanza. Non manca per pudore. Manca perché Goethe l&#8217;ha tolta con cura, riga per riga, nel lungo lavoro di riscrittura che trasformò i diari in letteratura. Quello che resta — il libro che tutti conoscono — è un capolavoro di intelligenza selettiva. Roma come scuola dello sguardo, come rinascita intellettuale, come palestra dell&#8217;antico. Ma la vita notturna, le osterie, le donne del popolo: sparite. Ripulite. Sublimate. Fu Roberto Zapperi, storico dell&#8217;arte e archivista tenace, a riaprire il dossier. Il suo libro <em>Das Inkognito. Goethes ganz andere Existenz in Rom</em> (Beck, 1999) è costruito su documenti che i germanisti avevano trascurato perché scritti in italiano: conti, fatture, biglietti, stati delle anime. Carte di cucina, in apparenza. Che invece raccontano tutto.</p>



<p><strong>L&#8217;osteria di Vincenzo<br></strong>La versione ufficiale vuole Goethe cenare all&#8217;osteria della Campana, frequentata dall&#8217;aristocrazia artistica tedesca. I conti dicono altro. La sera Goethe usciva quasi sempre, e il locale che frequentava era l&#8217;osteria di Vincenz Roessler — detta «da Vincenzo» — in via dei Condotti, tra quella via e piazza di Spagna.<br>Vincenz Roessler era un oste di origini tedesche, ma romana era la sua famiglia allargata, romana era la cucina, romani erano i clienti. Con lui vivevano la moglie Teresa Kronthaler e sei figli. Due di loro — Costanza, ventun anni, e Maria Elisabetta, più giovane — attirarono l&#8217;attenzione del poeta al punto che Goethe, all&#8217;inizio del 1787, commissionò a Tischbein due ritratti. Li conservò fino alla morte.<br>Non è un dettaglio. È una firma.</p>


<div class="wp-block-image">
<figure class="aligncenter size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="500" height="678" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/02/Tischbein_Ein_Madchenkopf.jpg" alt="" class="wp-image-8411" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/02/Tischbein_Ein_Madchenkopf.jpg 500w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/02/Tischbein_Ein_Madchenkopf-221x300.jpg 221w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/02/Tischbein_Ein_Madchenkopf-415x563.jpg 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/02/Tischbein_Ein_Madchenkopf-250x339.jpg 250w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /><figcaption class="wp-element-caption">Ein Mädchenkopf, möglicherweise ein Porträt der Costanza Roesler  <br>(Johann Heinrich Wilhelm Tischbein) <br>Wolfgang von Oettingen, Goethe und Tischbein, Weimar 1910</figcaption></figure></div>


<p><strong>Il biglietto del ventaglio<br></strong>Negli archivi di Weimar, dentro un convoluto di carte che nessuno aveva mai letto con attenzione, Zapperi trovò un biglietto. Lo aveva scritto Costanza — o meglio, lo aveva probabilmente dettato a uno scrivano, uso comune per le donne del popolo che non avevano dimestichezza con la penna. Era in italiano. Diceva:<br>«Carissimo amico, ieri sera mi fu dato un ventaglio alla moda; poi mi fu ritolto, desidero da voi trovarmene subito un altro per far vedere a questo, che si trovano altri ventagli, e forse più bello di quello. Scusate l&#8217;ardire e resto, lo Costanza Releier.»<br>Una richiesta di ventaglio. Apparentemente innocua. Ma Zapperi la legge come una proposta indiretta di fidanzamento — secondo i codici sociali del Settecento romano, il dono di un ventaglio funzionava come pegno, segnale di intenzione, richiesta di sapere se il legame ha un futuro.<br>È lecito pensarci? Sì. È dimostrabile? No. Il recensore Mauro Ponzi lo dice con precisione chirurgica: il documento è autentico, l&#8217;interpretazione è congetturale. Non c&#8217;è prova esplicita né di un rapporto fisico né di una promessa formale. Quello che resta è una tensione — reale, documentata, irrisolta.</p>



<p><strong>Il maledetto secondo cuscino<br></strong>Ed è qui che entra in scena Tischbein.<br>Non il Tischbein del grande ritratto — Goethe nella Campagna Romana, l&#8217;immagine che tutti conoscono, il poeta sdraiato sulle rovine con cappello a tesa larga, il profilo nobile, la luce dorata. No. L&#8217;altro Tischbein. Quello privato, ironico, sfrontato tra amici.<br>Il disegno si intitola Das verfluchte zweite Kissen — il maledetto secondo cuscino. Non è un&#8217;opera destinata al pubblico. È una battuta, un inside joke tra uomini che si conoscono bene, che hanno condiviso mesi di vita quotidiana, osterie, nottate romane. Tischbein disegna e ride. Goethe probabilmente incassa.<br>Cosa rappresenta? Un letto. Un cuscino di troppo. L&#8217;ostacolo fisico — reale o metaforico — tra il desiderio e il suo compimento. Zapperi lo legge come allusione ironica al mancato amplesso con Costanza: il disegno di un amico che prende in giro un altro amico per un&#8217;occasione sfumata, per un momento mancato, per quella specifica combinazione di timidezza, convenzione sociale e giovane donna che non si è lasciata convincere — o che ha posto condizioni che Goethe non era disposto ad accettare.<br>È una satira amicale, non volgare. È il linguaggio di chi vive gomito a gomito e si può permettere tutto, dentro le quattro pareti di un&#8217;osteria. Non nomina Costanza. Potrebbe riferirsi a una situazione generica. Ma il contesto, la coincidenza temporale, il ritratto commissionato, il biglietto conservato — tutto punta nella stessa direzione.</p>



<p><strong>Quello che il Viaggio in Italia non racconta<br></strong>Goethe tornò a Weimar nel giugno del 1788. Nei mesi successivi cominciò a scrivere le Elegie romane — venti componimenti in distico elegiaco, la forma di Tibullo e Properzio, dove un poeta ama a Roma una donna del popolo. Il nome che le dà è Faustina.<br>Chi fosse davvero Faustina è una delle questioni più dibattute della filologia goethiana. Zapperi risolve definitivamente un equivoco storico: la vedova locandiera che alcuni studiosi ottocenteschi avevano identificato come Faustina era morta molto prima dell&#8217;arrivo di Goethe a Roma. Quella pista era falsa. Ma un secondo biglietto ritrovato negli archivi di Weimar — scritto in italiano sgrammaticato, da una donna del popolo non identificata — dice:<br>«io vorei sapere perche sete ieti a sera un dato a cosi via senza dirmi niente io io credo che vi siete piliati colata ma io spero di no io sono tutta per lei amatima si potete come io amo a lei…»<br>Un litigio. Un&#8217;incomprensione. Una donna che aspetta una risposta e non riesce nemmeno a scrivere bene, perché quello che sente è più grande delle parole che ha. Zapperi la chiama Faustina per comodità. Dimostra che Goethe ebbe con lei una storia reale, non mercenaria — una passione forte, tenuta segreta non solo per discrezione personale, ma perché le autorità ecclesiastiche romane dell&#8217;epoca potevano costringere gli amanti al matrimonio, pena la reclusione.<br>Nel Viaggio in Italia non c&#8217;è traccia di niente di tutto questo.</p>



<p><strong>Il libro e la vita<br></strong>Goethe riprese il Viaggio in Italia decenni dopo, rielaborandolo più volte. La terza e ultima parte è del 1829 — più di quarant&#8217;anni dopo i fatti. In quel tempo, Roma era diventata educazione estetica, rinascita intellettuale, itinerario platonico tra rovine e musei. Le osterie di via dei Condotti, il biglietto di Costanza, il disegno di Tischbein: archiviati. Sublimati. Trasformati in altro.<br>È il principio che dà il titolo alla sua autobiografia — Dichtung und Wahrheit, Poesia e Verità. La vita come materia grezza che la letteratura plasma, seleziona, riordina. Non falsifica: sceglie. Non mente: tace.<br>Ma gli archivi non tacciono.<br>E Tischbein, col suo maledetto secondo cuscino, aveva lasciato tra le righe quello che il Viaggio avrebbe taciuto.</p>



<p></p>



<p>Fonti:<br>Roberto Zapperi, <em>Das Inkognito. Goethes ganz andere Existenz in Rom</em>, Beck, München, 1999<br>Mauro Ponzi, recensione di Roberto Zapperi, <em>Das Inkognito. Goethes ganz andere Existenz in Rom</em>, in «Studi Germanici», n.s. 37 (1999), 3, pp. 539-542<br>J.W. Goethe, <em>Elegie romane</em><br>J.W. Goethe, <em>Viaggio in Italia</em>, a cura di Roberto Fertonani, Mondadori</p>



<p>&nbsp;</p>
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		<title>La partenza per Napoli</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Feb 2026 14:41:25 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[<p>Senza avvisare nessuno e sotto falso nome, Goethe lascia Karlsbad alle tre di notte nell&#8217;estate del 1786 e scende verso Sud. A Roma si stabilisce...</p>
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<p class="has-drop-cap">Senza avvisare nessuno e sotto falso nome, Goethe lascia Karlsbad alle tre di notte nell&#8217;estate del 1786 e scende verso Sud. A Roma si stabilisce in un appartamento che è una specie di comune artistica tedesca. Johann Heinrich Wilhelm Tischbein — pittore, compagno di ogni scoperta romana e suo coinquilino in Via del Corso 18 — lo disegna di continuo, mentre legge in equilibrio su una sedia o mentre allunga un braccio come se stesse ballando. E una mattina lo coglie così: di spalle, in ciabatte, affacciato alla finestra. Fuori c&#8217;è Roma. Dentro c&#8217;è un uomo che ha smesso di correre ed è rinato.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-video is-provider-youtube wp-block-embed-youtube wp-embed-aspect-9-16 wp-has-aspect-ratio"><div class="wp-block-embed__wrapper">
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</div></figure>



<blockquote class="wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow">
<p>Da questa prospettiva si può leggere la storia ben diversamente che da qualsiasi altra al mondo. Altrove la si legge dall&#8217;esterno verso l&#8217;interno, qui invece si ha l&#8217;impressione contraria: tutto si schiera intorno a noi e da noi tutto si rimette in moto</p>



<p class="has-drop-cap"></p>
<cite>Roma 1786</cite></blockquote>



<figure class="wp-block-image alignwide size-full"><img loading="lazy" decoding="async" width="800" height="534" src="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/02/casagoethe.jpg" alt="" class="wp-image-8383" srcset="https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/02/casagoethe.jpg 800w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/02/casagoethe-300x200.jpg 300w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/02/casagoethe-768x513.jpg 768w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/02/casagoethe-415x277.jpg 415w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/02/casagoethe-650x434.jpg 650w, https://goethe.reise/wp-content/uploads/2026/02/casagoethe-250x167.jpg 250w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></figure>



<p>Oggi quell’appartamento è la Casa di Goethe — unico museo tedesco fuori dalla Germania. La finestra è ancora lì, E ogni volta che qualcuno ci si ferma davanti — turista, studente, curioso di passaggio — ricomincia, senza saperlo, lo stesso gesto antico: guardare fuori, e ritrovarsi dentro. di quei giovani degni di stima che hanno di mira la felicità degli uomini, non disgiunta da un&#8217;onorevole libertà.»</p>



<p></p>
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