Vesuvio · Seconda salita
Con Tischbein, che del vulcano detesta l’informe: due guide li tirano su con una cinghia di cuoio. Goethe misura le pause tra un’esplosione e l’altra e corre con la guida più giovane sull’orlo del cratere; il tuono li sorprende e tornano giù coperti di cenere.
Napoli, 6 marzo 1787
Benché di mala voglia, il Tischbein, sempre buon compagno del resto, mi ha accompagnato oggi sul Vesuvio. Per un artista come lui, che non si occupa se non delle più belle forme, siano di uomini o di animali, e che umanizza, grazie al sentimento ed al gusto, perfino l’informe, come le rocce e i paesaggi, una così formidabile e confusa massa come quella del Vesuvio, che divora continuamente se stessa e indice guerra ad ogni sentimento di bellezza, deve sembrare qualche cosa di abominevole.
Siamo partiti con due birocci, non bastandoci il coraggio di avventurarci da soli nel tumulto della città. Il cocchiere non finiva di gridare: largo, largo! per mettere in guardia e scansare gli asini, carichi di legna o di immondizie, i carretti in corsa, la gente curva sotto i pesi o che si trovava a passare pei fatti suoi, i bambini ed i vecchi; in modo da poter mantenere un buon trotto.
Il percorso attraverso gli ultimi sobborghi e le vigne aveva già in sé qualche cosa di plutonico; perché non essendo piovuto da parecchio, il fogliame degli alberi sempreverdi era tutto coperto d’un denso polverone color cenere, mentre i tetti, le sporgenze e tutto ciò che offriva una superficie piana, era ugualmente tinto di grigio, in modo che solo il cielo superbamente azzurro e il sole che già batteva con forza potevano attestarci che si camminava ancora tra i viventi.
Ai piedi della salita siamo stati accolti da due guide, una piuttosto anziana, l’altra un giovine, entrambi forti in gamba. Il primo rimorchiò me, il secondo il Tischbein; e su, per la montagna. Ho detto: ci rimorchiarono; infatti, queste guide si circondano la vita di una cinghia di cuoio, alla quale gli escursionisti si afferrano facendosi tirar su per la salita, e aiutandosi meglio ancora con un bastone.
Così raggiungemmo la cornice, sopra la quale sorge il cono, lasciando a nord le scorie del monte Somma.
Un colpo d’occhio a ponente, sopra tutta la regione, ci guarì, come un bagno salutare, di tutte le fatiche e di ogni travaglio durato; quindi girammo intorno al cono, che continuava a vaporare e a lanciar cenere e lapilli. Ogni qual volta lo spazio ci permetteva di rimanere a debita distanza, lo spettacolo era grandioso, emozionante. Da prima un potente boato, che echeggiava dal profondo della voragine, poi una pioggia di lapilli, grandi e piccoli, lanciati a migliaia nell’aria e commisti a cenere. La maggior parte di questi ricadeva nell’abisso; ma gli altri frammenti, lanciati più in là, precipitavano sugli orli del cratere, producendo un frastuono straordinario; piombavano prima i più pesanti, che rotolavano con un sordo muggito per i fianchi del cono; seguivano poi, crepitando, i più piccoli, e infine fioccava la cenere. Tutto questo succedeva a pause regolari, che potevamo calcolare benissimo, contando comodamente.
Ma lo spazio fra il Somma e il cono divenne a un tratto abbastanza stretto; alcuni lapilli cadevano già intorno a noi, rendendo poco piacevole il cammino. Il Tischbein a questo punto sentì ancor più viva la sua ripugnanza per il vulcano; questo mostro, non contento di essere brutto, minacciava anche di diventar pericoloso.
Ma poiché anche l’imminenza di un pericolo ha qualche cosa di attraente ed eccita l’uomo a sfidarlo per un certo spirito di contraddizione, io pensai che, nell’intervallo di due eruzioni, doveva esser possibile raggiungere la sommità del cono, spingersi fino al cratere e ritornare sui nostri passi, sempre, dico, nello stesso intervallo. Mi consultai in proposito con le due guide, riparando al sicuro sotto la sporgenza d’una roccia del Somma, dove ci rifocillammo con le nostre provvigioni. Il più giovine si dichiarò pronto a tentar con me l’avventura; foderammo i nostri cappelli con fazzoletti di tela e di seta e ci tenemmo pronti; io, attaccato alla sua cintura, entrambi coi bastoni in mano.
I lapilli crepitavano ancora intorno a noi e la cenere fioccava ancora, quando la mia robusta guida mi trascinò senz’altro sopra la frana rovente. Ci trovammo al cospetto di fauci enormi, il cui fumo ci era tenuto lontano da un vento leggero, mentre nel tempo stesso ci nascondeva l’interno della voragine, che sbuffava tutt’all’intorno per mille fessure. Durante un intervallo di questi vapori, potemmo scorgere qua e là nelle pareti della roccia alcuni crepacci. Lo spettacolo non era né istruttivo, né allegro; ma appunto perché non c’era nulla da vedere, aspettammo un poco, per vederne uscir qualche cosa. Ci eravamo dimenticati di contare tranquillamente, e ci trovammo a picco sull’orlo d’un abisso enorme. Improvvisamente echeggiò un boato e la scarica formidabile ci passò sopra la testa; ci curvammo involontariamente, come se questo ci potesse salvare dalla tempesta dei massi; le pietre più piccole cominciavano già a crepitare quando noi, senza riflettere che avevamo ancora un intervallo davanti a noi, contenti di aver superato il pericolo, arrivammo al piede del cono, mentre la cenere fioccava ancora, coi cappelli e con le spalle infarinate anzi che no.
Accolto dai rimproveri più affettuosi del Tischbein, dopo d’essermi un poco ristorato, potei dedicare speciale attenzione alle lave, antiche e recenti. La guida anziana sapeva indicarne le epoche esatte; le prime erano già ricoperte di cenere e liscie, le altre, specialmente quelle dal corso più lento, offrivano uno spettacolo singolare: infatti, trasportando esse nella loro marcia vorticosa per un certo tempo le masse indurite alla loro superficie, accade necessariamente che queste di quando in quando si arrestino; ma travolte poi di bel nuovo dal torrente di fuoco, affastellate l’una su l’altra, rimangono in ultimo irrigidite in creste dalle forme più strane, e ben più che, nel caso analogo, non si osservi nei banchi di ghiaccio accavallatisi l’un su l’altro. Fra tutta questa informe congerie di materiali fusi si trovano anche dei grossi blocchi, che, percossi, mostrano la scalfittura molto somigliante a una specie di roccia primitiva.
Sulla via del ritorno a Napoli, ho osservato con curiosità certe casette a un solo piano, di costruzione strana, senza finestre, e con le stanze che ricevono luce soltanto dalla porta che dà sulla strada. Gli abitanti vi si piantano lì dalla mattina a notte fatta, finché in ultimo si ritirano a dormire in quelle loro spelonche.
La città stessa, che durante la serata offre lo spettacolo di un subbuglio alquanto diverso dalle altre, mi ha fatto sorgere il desiderio di soggiornarvi qualche tempo, per abbozzare secondo le mie forze un quadro così pieno di vita. Ma temo che non mi riesca.
Testo originale tedesco · Neapel, den 6. März 1787.
Obgleich ungern, doch aus treuer Geselligkeit, begleitete Tischbein mich heute auf den Vesuv. Ihm, dem bildenden Künstler, der sich nur immer mit den schönsten Menschen- und Tierformen beschäftigt, ja das Ungeformte selbst, Felsen und Landschaften, durch Sinn und Geschmack vermenschlicht, ihm wird eine solche furchtbare, ungestalte Aufhäufung, die sich immer wieder selbst verzehrt und allem Schönheitsgefühl den Krieg ankündigt, ganz abscheulich vorkommen.
Wir fuhren auf zwei Kalessen, weil wir uns als Selbstführer durch das Gewühl der Stadt nicht durchzuwinden getrauten. Der Fahrende schreit unaufhörlich: “Platz, Platz!”, damit Esel, Holz oder Kehricht Tragende, entgegenrollende Kalessen, lastschleppende oder frei wandelnde Menschen, Kinder und Greise sich vorsehen, ausweichen, ungehindert aber der scharfe Trab fortgesetzt werde.
Der Weg durch die äußersten Vorstädte und Gärten sollte schon auf etwas Plutonisches hindeuten. Denn da es lange nicht geregnet, waren von dickem, aschgrauem Staube die von Natur immergrünen Blätter überdeckt, alle Dächer, Gurtgesimse und was nur irgend eine Fläche bot, gleichfalls übergraut, so daß nur der herrliche blaue Himmel und die hereinscheinende mächtige Sonne ein Zeugnis gab, daß man unter den Lebendigen wandle.
Am Fuße des steilen Hanges empfingen uns zwei Führer, ein älterer und ein jüngerer, beides tüchtige Leute. Der erste schleppte mich, der zweite Tischbein den Berg hinauf. Sie schleppten, sage ich; denn ein solcher Führer umgürtet sich mit einem ledernen Riemen, in welchen der Reisende greift und, hinaufwärts gezogen, sich an einem Stabe auf seinen eigenen Füßen desto leichter emporhilft.
So erlangten wir die Fläche, über welcher sich der Kegelberg erhebt, gegen Norden die Trümmer der Somma.
Ein Blick westwärts über die Gegend nahm wie ein heilsames Bad alle Schmerzen der Anstrengung und alle Müdigkeit hinweg, und wir umkreisten nunmehr den immer qualmenden, Stein und Asche auswerfenden Kegelberg. Solange der Raum gestattete, in gehöriger Entfernung zu bleiben, war es ein großes, geisterhebendes Schauspiel. Erst ein gewaltsamer Donner, der aus dem tiefsten Schlunde hervortönte, sodann Steine, größere und kleinere, zu Tausenden in die Luft geschleudert, von Aschenwolken eingehüllt. Der größte Teil fiel in den Schlund zurück. Die andern, nach der Seite zu getriebenen Brocken, auf die Außenseite des Kegels niederfallend, machten ein wunderbares Geräusch: erst plumpten die schwereren und hupften mit dumpfem Getön an die Kegelseite hinab, die geringeren klapperten hinterdrein, und zuletzt rieselte die Asche nieder. Dieses alles geschah in regelmäßigen Pausen, die wir durch ein ruhiges Zählen sehr wohl abmessen konnten.
Zwischen der Somma und dem Kegelberge ward aber der Raum enge genug, schon fielen mehrere Steine um uns her und machten den Umgang unerfreulich. Tischbein fühlte sich nunmehr auf dem Berge noch verdrießlicher, da dieses Ungetüm, nicht zufrieden, häßlich zu sein, auch noch gefährlich werden wollte.
Wie aber durchaus eine gegenwärtige Gefahr etwas Reizendes hat und den Widerspruchsgeist im Menschen auffordert, ihr zu trotzen, so bedachte ich, daß es möglich sein müsse, in der Zwischenzeit von zwei Eruptionen den Kegelberg hinauf an den Schlund zu gelangen und auch in diesem Zeitraum den Rückweg zu gewinnen. Ich ratschlagte hierüber mit den Führern unter einem überhängenden Felsen der Somma, wo wir, in Sicherheit gelagert, uns an den mitgebrachten Vorräten erquickten. Der jüngere getraute sich, das Wagestück mit mir zu bestehen, unsere Hutköpfe fütterten wir mit leinenen und seidenen Tüchern, wir stellten uns bereit, die Stäbe in der Hand, ich seinen Gürtel fassend.
Noch klapperten die kleinen Steine um uns herum, noch rieselte die Asche, als der rüstige Jüngling mich schon über das glühende Gerölle hinaufriß. Hier standen wir an dem ungeheuren Rachen, dessen Rauch eine leise Luft von uns ablenkte, aber zugleich das Innere des Schlundes verhüllte, der ringsum aus tausend Ritzen dampfte. Durch einen Zwischenraum des Qualmes erblickte man hie und da geborstene Felsenwände. Der Anblick war weder unterrichtend noch erfreulich, aber eben deswegen, weil man nichts sah, verweilte man, um etwas herauszusehen. Das ruhige Zählen war versäumt, wir standen auf einem scharfen Rande vor dem ungeheuern Abgrund. Auf einmal erscholl der Donner, die furchtbare Ladung flog an uns vorbei, wir duckten uns unwillkürlich, als wenn uns das vor den niederstürzenden Massen gerettet hätte; die kleineren Steine klapperten schon, und wir, ohne zu bedenken, daß wir abermals eine Pause vor uns hatten, froh, die Gefahr überstanden zu haben, kamen mit der noch rieselnden Asche am Fuße des Kegels an, Hüte und Schultern genugsam eingeäschert.
Von Tischbein aufs freundlichste empfangen, gescholten und erquickt, konnte ich nun den älteren und neueren Laven eine besondere Aufmerksamkeit widmen. Der betagte Führer wußte genau die Jahrgänge zu bezeichnen. Ältere waren schon mit Asche bedeckt und ausgeglichen, neuere, besonders die langsam geflossenen, boten einen seltsamen Anblick; denn indem sie, fortschleichend, die auf ihrer Oberfläche erstarrten Massen eine Zeitlang mit sich hinschleppen, so muß es doch begegnen, daß diese von Zeit zu Zeit stocken, aber, von den Glutströmen noch fortbewegt, übereinander geschoben, wunderbar zackig erstarrt verharren, seltsamer als im ähnlichen Fall die übereinander getriebenen Eisschollen. Unter diesem geschmolzenen wüsten Wesen fanden sich auch große Blöcke, welche, angeschlagen, auf dem frischen Bruch einer Urgebirgsart völlig ähnlich sehen. Die Führer behaupteten, es seien alte Laven des tiefsten Grundes, welche der Berg manchmal auswerfe.
Auf unserer Rückkehr nach Neapel wurden mir kleine Häuser merkwürdig, einstöckig, sonderbar gebaut, ohne Fenster, die Zimmer nur durch die auf die Straße gehende Türe erleuchtet. Von früher Tageszeit bis in die Nacht sitzen die Bewohner davor, da sie sich denn zuletzt in ihre Höhlen zurückziehen.
Die auf eine etwas verschiedene Weise am Abend tumultuierende Stadt entlockte mir den Wunsch, einige Zeit hier verweilen zu können, um das bewegliche Bild nach Kräften zu entwerfen. Es wird mir nicht so wohl werden.
Oggi

Il Gran Cono del Vesuvio; la piana ai piedi del cono, tra le rovine del Somma, è l’Atrio del Cavallo (probabile).
Dove: Gran Cono del Vesuvio, Parco Nazionale del Vesuvio, Ercolano (NA)
Opere e documenti


Ricostruzione AI

Approfondimenti
Fonti
J.W. Goethe, Italienische Reise, testo originale tedesco (pubblico dominio).
Traduzione di Eugenio Zaniboni (J.W. Goethe, Viaggio in Italia, Firenze, Sansoni, 1924; pubblico dominio).



