Capri e Punta Campanella · Dal mare

Tre sguardi dal mare: le vele della fregata per Palermo che spariscono tra Capri e Capo Minerva, l’alba della partenza per la Sicilia con Kniep che disegna le coste, e al ritorno, il 14 maggio, il tramonto più bello del viaggio e la corrente che spinge la nave verso le rupi di Capri, fino al quasi naufragio.

Napoli, 3 marzo 1787

Anche il mare e la navigazione importano uno stato di cose tutto diverso. La fregata di Palermo è partita ieri con un vento forte di limpida tramontana. Questa volta non avrà impiegato certo più di trentasei ore per la traversata. Con che sospiri ho accompagnato quelle vele gonfie, mentre il battello filava fra Capri e il Capo Minerva, e finalmente scomparve! A veder partire a questo modo una persona cara, ci sarebbe da morire di nostalgia. Adesso soffia lo scirocco; se si farà più violento, le onde potranno offrire uno spettacolo ben interessante in prossimità del molo.

Testo originale tedesco · Neapel, den 3. März.

Das See- und Schiffwesen gewährt auch ganz neue Zustände. Die Fregatte nach Palermo ging mit reiner, starker Tramontane gestern ab. Diesmal hat sie gewiß nicht über sechsunddreißig Stunden auf der Fahrt zugebracht. Mit welcher Sehnsucht sah ich den vollen Segeln nach, als das Schiff zwischen Capri und Kap Minerva durchfuhr und endlich verschwand. Wenn man jemand Geliebtes so fortfahren sähe, müßte man vor Sehnsucht sterben! Jetzt weht der Scirocco; wenn der Wind stärker wird, werden die Wellen um den Molo lustig genug sein.

In mare, 30 marzo 1787

All’alba ci siam trovati fra Ischia e Capri, a forse un miglio da quest’ultima, quando il sole apparve maestoso dietro le rocce di Capri e il Capo Minerva. Il Kniep ha disegnato accuratamente i contorni delle rive e delle isole coi loro aspetti diversi, favorito nel suo lavoro dalla lentezza del tragitto. Proseguimmo così la nostra rotta con un vento fiacco. Verso le quattro, il Vesuvio scomparve dai nostri occhi, mentre Capo Minerva ed Ischia si scorgevano ancora. Ma verso sera, anche questi ultimi furono perduti di vista. Il sole si tuffò nel mare avvolto di nubi e in una stria tutta di bagliori di porpora, lunga parecchie miglia. Anche questo fenomeno fu riprodotto dal Kniep. A un certo punto, terra ferma non se ne vide più; l’orizzonte era tutto un cerchio d’acqua, la notte rischiarata da un bel chiaro di luna.

Ma tutti questi splendori, io non li ho potuti godere che per pochi momenti, ché ben presto mi sopraggiunse il mal di mare. Mi ritirai nella mia cabina, e coricatomi in posizione orizzontale, non ho toccato né cibo né bevanda, all’infuori di un po’ di pane bianco e di vino rosso, e così mi son sentito benissimo. Segregato dal mondo esteriore, ho lasciato libero campo alle mie riflessioni interiori e nella previsione di una traversata lenta, mi sono assegnato un grave compito, tanto per distrarmi. Di tutte le mie carte avevo portato a bordo solo i due primi atti del Tasso, redatti in prosa poetica; i due atti, simili press’a poco nel disegno e nella stesura alla redazione attuale, ma scritti una diecina d’anni fa, avevano qualche cosa di impreciso e di nebuloso, che del resto andò perduto quando, in conformità a vedute più recenti, ebbi a curare in prevalenza la forma e v’introdussi il ritmo.

Testo originale tedesco · Seefahrt, Freitag, den 30. März 1787

Bei Tagesanbruch fanden wir uns zwischen Ischia und Capri, ungefähr von letzterem eine Meile. Die Sonne ging hinter den Gebirgen von Capri und Capo Minerva herrlich auf. Kniep zeichnete fleißig die Umrisse der Küsten und Inseln und ihre verschiedenen Ansichten; die langsame Fahrt kam seiner Bemühung zustatten. Wir setzten mit schwachem und halbem Winde unsern Weg fort. Der Vesuv verlor sich gegen vier Uhr aus unsern Augen, als Capo Minerva und Ischia noch gesehen wurden. Auch diese verloren sich gegen Abend. Die Sonne ging unter ins Meer, begleitet von Wolken und einem langen, meilenweit reichenden Streifen, alles purpurglänzende Lichter. Auch dieses Phänomen zeichnete Kniep. Nun war kein Land mehr zu sehen, der Horizont ringsum ein Wasserkreis, die Nacht hell und schöner Mondschein.

Ich hatte doch dieser herrlichen Ansichten nur Augenblicke genießen können, die Seekrankheit überfiel mich bald. Ich begab mich in meine Kammer, wählte die horizontale Lage, enthielt mich außer weißem Brot und rotem Wein aller Speisen und Getränke und fühlte mich ganz behaglich. Abgeschlossen von der äußern Welt, ließ ich die innere walten, und da eine langsame Fahrt vorauszusehen war, gab ich mir gleich zu bedeutender Unterhaltung ein starkes Pensum auf. Die zwei ersten Akte des “Tasso”, in poetischer Prosa geschrieben, hatte ich von allen Papieren allein mit über See genommen. Diese beiden Akte, in Absicht auf Plan und Gang ungefähr den gegenwärtigen gleich, aber schon vor zehn Jahren geschrieben, hatten etwas Weichliches, Nebelhaftes, welches sich bald verlor, als ich nach neueren Ansichten die Form verwalten und den Rhythmus eintreten ließ.

In mare, 14 maggio 1787

Così era trascorso il pomeriggio, senza poter entrare, com’era nei nostri voti, nel golfo di Napoli. Eravamo sbattuti, piuttosto, sempre più verso ovest: e mentre il battello si avvicinava a Capri, si allontanava ancor più dal Capo Minerva. Tutti erano impazienti ed irritati; noi due soli, che ci guardavamo intorno con l’occhio dei pittori, potevamo esser contenti: infatti, al tramonto, abbiam goduto lo spettacolo più superbo che ci sia stato offerto durante tutta la traversata. Capo Minerva con le montagne vicine si stendeva innanzi ai nostri occhi nella pompa dei colori più splendidi, mentre le rocce che digradano a sud si andavano già tingendo d’un tono violetto. Al di là del capo, la costa, tutta accesa, si spingeva fino a Sorrento. Si intravedeva il Vesuvio, incappucciato in una enorme nuvola di vapori, dalla quale si partiva verso l’est una striscia lunga, tanto da farci supporre una violenta eruzione. A sinistra, Capri protesa verso il cielo; potevamo discernere perfettamente le forme delle sue rocce attraverso i vapori trasparenti ed azzurrognoli. Sotto un cielo senza una nube, perfettamente sereno, scintillava tranquillamente il mare, appena mosso, che alla fine, nella calma completa, si distese sotto i nostri occhi limpido e liscio come uno stagno. Eravamo come incantati; il Kniep desolato, non bastando tutte le arti del colore a rendere una tale armonia, non potendo la matita inglese più fina indurre la mano anche più esperta a riprodurre simili linee; io invece, convinto che anche un ricordo ben più modesto di quello che avrebbe saputo portar via un artista provetto come lui mi sarebbe sommamente prezioso nell’avvenire, lo andavo spronando a fare un ultimo sforzo con l’occhio e con la mano. Egli finì col persuadersi e con l’eseguire uno dei suoi disegni più precisi; che, più tardi dipinto, ha fornito la prova che in arte l’impossibile diventa possibile. Abbiam seguito, con occhi non meno avidi, il passaggio dalla sera alla notte. Capri ci stava ormai davanti nella tenebra; ma, con nostra gran meraviglia, il cappuccio del Vesuvio, non meno del suo pennacchio, prendeva fuoco sempre più. Infine, nello sfondo del nostro quadro vedemmo una considerevole porzione dell’atmosfera ancora illuminata, e che gettava anche lampi.

Uno scenario così bello non ci aveva fatto pensare che eravamo minacciati da una grave sciagura: ma un certo movimento fra i passeggeri non ci lasciò ancora a lungo nell’incertezza. Più esperti di noi delle cose di mare, essi rimproveravano aspramente il comandante e il suo pilota non solo di avere sbagliato la rotta per entrare nello stretto, ma anche del pericolo di far naufragare, colpa la loro inabilità, tante persone e tante merci loro affidate. Ci informammo della causa di tutto questo subbuglio, non comprendendo come si potesse temere una sciagura con un mare così tranquillo. Ma appunto questa calma li faceva disperare. Ci troviamo già, dicevano, nella corrente che gira intorno all’isola e che, per uno strano giuoco delle onde, lento ma irresistibile, ci spinge verso la roccia a picco, che non offre nemmeno pochi piedi di curva o di insenatura per metterci al sicuro.

Prestando attenzione a questi discorsi, considerammo la nostra situazione con orrore; infatti, benché la notte non permettesse di avvertire il pericolo sempre più grave, potemmo tuttavia osservare che il bastimento, oscillando e beccheggiando, s’avvicinava agli scogli, erti e sempre più cupi innanzi a noi, mentre un leggero crepuscolo era ancor diffuso sopra il mare. Nell’atmosfera non si notava il minimo movimento: tutti tenevano sospesi in alto fazzoletti e strisce di panno leggero, ma non c’era nemmeno l’indizio d’un fiato di vento, pur tanto sospirato. La folla si faceva sempre più minacciosa e tumultuante. Le donne non stavano nemmeno in ginocchio per pregare assieme ai loro bambini sopra coperta, essendo lo spazio troppo angusto per muoversi, ma erano sdraiate l’una accanto all’altra; e più ancora degli uomini, abbastanza in sé per pensare a qualche mezzo di salvataggio, esse imprecavano e scagliavano invettive contro il capitano. Era venuto il momento in cui gli snocciolarono tutto il rosario delle proteste, tenute in serbo durante la lunga traversata: prezzo esorbitante per un posto insufficiente, vitto cattivo, e poi una condotta, se non villana, certo piena di mistero; non aveva mai creduto di rendere conto a chicchessia delle sue azioni, e fino alla sera precedente aveva mantenuto un silenzio ostinato su tutte le sue manovre. Tanto lui, quanto il pilota non erano ormai che dei trafficanti, venuti da non si sa dove, riusciti a impadronirsi di un battello per pura avidità di lucro, e senza alcuna esperienza di mare, e che adesso, causa la loro inettitudine e la loro incapacità, portavano all’ultima rovina tutti quelli che s’erano messi nelle loro mani. Il capitano taceva e sembrava occuparsi sempre di trarci a salvamento. Ma io, che fin dai primi anni ho sempre considerato l’anarchia più detestabile della morte stessa, non potei tacere più oltre. Mi feci avanti e abbordai la folla, press’a poco con quella presenza di spirito con cui avevo concionato i miei «uccelli» di Malcesine. Feci loro capire che quel chiasso e quegli strilli, in quel momento, eran fatti apposta per frastornare gli orecchi e la testa di coloro dai quali soli potevamo ancora sperare salute, tanto che non erano in grado né di pensare né di intendersi fra di loro. «Quanto a voi», gridai, «riflettete ai casi vostri e rivolgete una fervida preghiera alla Madonna; essa sola, se vuole, può intercedere presso il suo figliuolo perché faccia per voi il miracolo che ha fatto una volta per i suoi apostoli sul lago di Tiberiade, mentre le onde già penetravano nella barca e il Signore dormiva: non appena quei poveri disperati lo ebbero svegliato, ecco che egli comanda immediatamente al vento di tacere, come in questo momento potrebbe comandargli di soffiare, se questa fosse la sua santa volontà».

Queste parole produssero un’ottima impressione. Una delle donne, con la quale m’ero intrattenuto già prima, discorrendo di cose morali e religiose, uscì in quest’esclamazione: «Ah, il Barlamè, benedetto il Barlamè!»; e tutte, che nel frattempo eran cadute a ginocchi, cominciarono infatti a recitare le loro litanie con un fervore, con un rapimento inaudito: ciò che potevan fare ancor più tranquillamente, perché l’equipaggio stava tentando ancora un mezzo di salvezza, che, per lo meno, dava nell’occhio a tutti: avevano cioè calata la scialuppa (che del resto non poteva contenere che sei od otto passeggeri), assicurata per mezzo d’una lunga gomena al bastimento, che i marinai con grande sforzo di remi cercavano di tirare a sé. Si credette per un momento che fossero già riusciti a smuoverlo entro la corrente, e già si sperava di vederlo tratto fuori. Ma, o che proprio questi sforzi aumentassero la resistenza della corrente, o che altra fosse la ragione, fatto è che scialuppa ed equipaggio si videro a un tratto con tutta la gomena scaraventati dietro al bastimento, come lo sverzino d’una frusta, ad una buona frustata del cocchiere. Anche quest’ultima speranza era andata in fumo. Fra i gemiti e le preghiere, per rendere la situazione ancor più spaventevole, alcuni pastori di capre, accampati sulle rocce dirimpetto, e i cui fuochi erano stati segnalati da gran tempo, gridavano cupamente che il bastimento stava per arenarsi. Fra di loro si scambiavano inoltre certe voci incomprensibili, che qualche passeggero, pratico del loro dialetto, interpretò come gridi di gioia per il pingue bottino che speravano di fare la mattina dopo. Lo stesso dubbio, non privo di conforto, che il battello finisse con l’affrontare senz’altro il pericolo di avvicinarsi alla roccia, parve purtroppo scomparire, quando l’equipaggio si armò di certe lunghe pertiche per tener lontano, nel caso più disperato, il battello dalla spiaggia finché anche queste non si spezzassero e tutto non fosse perduto. La nave dondolava sempre più, mentre anche la risacca accennava ad aumentare; in mezzo a tutto questo trambusto mi riprese il mal di mare e mi obbligò a ridiscendere sotto coperta. Mi coricai, semistordito, sul mio materasso, tuttavia con non so quale sensazione piacevole, dovuta forse al lago di Tiberiade: perché la scena della Bibbia illustrata del Merian mi mareggiava continuamente innanzi agli occhi. Tanto è vero che la forza delle impressioni morali e sensibili si fa sentire con maggiore intensità quando l’uomo è ripiegato completamente su se stesso. Quanto tempo sia rimasto in questo dormiveglia, non saprei dire; so che fui svegliato di soprassalto da un gran fracasso sopra la mia testa. Potei intuire chiaramente che si trattava di gomene trascinate qua e là sul ponte di coperta, ciò che mi fece sperare che si desse mano alle vele. Un momento dopo, ecco Kniep, che mi annunzia che eravamo salvi: s’era sollevato un leggero venticello, e l’equipaggio stava spiegando le vele, ed egli stesso non s’era fatto pregare a prestar l’opera sua. Ci allontanavamo già dalle rocce, e senza essere ancora completamente fuori della corrente, si nutriva tuttavia speranza di superarla. Sopra coperta tutto era ritornato tranquillo. Sopraggiunsero presto parecchi passeggeri, che, data la buona novella, andarono a coricarsi.

Testo originale tedesco · Seefahrt, Montag, den 14. Mai 1787

Und so war der Nachmittag vorbeigegangen, ohne daß wir unsern Wünschen gemäß in den Golf von Neapel eingefahren wären. Wir wurden vielmehr immer westwärts getrieben, und das Schiff, indem es sich der Insel Capri näherte, entfernte sich immer mehr von dem Kap Minerva. Jedermann war verdrießlich und ungeduldig, wir beiden aber, die wir die Welt mit malerischen Augen betrachteten, konnten damit sehr zufrieden sein; denn bei Sonnenuntergang genossen wir des herrlichsten Anblicks, den uns die ganze Reise gewährt hatte. In dem glänzendsten Farbenschmuck lag Kap Minerva mit den daranstoßenden Gebirgen vor unsern Augen, indes die Felsen, die sich südwärts hinabziehen, schon einen blaulichen Ton angenommen hatten. Vom Kap an zog sich die ganze erleuchtete Küste bis Sorrent hin. Der Vesuv war uns sichtbar, eine ungeheure Dampfwolke über ihm aufgetürmt, von der sich ostwärts ein langer Streif weit hinzog, so daß wir den stärksten Ausbruch vermuten konnten. Links lag Capri, steil in die Höhe strebend; die Formen seiner Felswände konnten wir durch den durchsichtigen bläulichen Dunst vollkommen unterscheiden. Unter einem ganz reinen, wolkenlosen Himmel glänzte das ruhige, kaum bewegte Meer, das bei einer völligen Windstille endlich wie ein klarer Teich vor uns lag. Wir entzückten uns an dem Anblick, Kniep trauerte, daß alle Farbenkunst nicht hinreiche, diese Harmonie wiederzugeben, so wie der feinste englische Bleistift die geübteste Hand nicht in den Stand setze, diese Linien nachzuziehen. Ich dagegen, überzeugt, daß ein weit geringeres Andenken, als dieser geschickte Künstler zu erhalten vermochte, in der Zukunft höchst wünschenswert sein würde, ich ermunterte ihn, Hand und Auge zum letztenmal anzustrengen; er ließ sich bereden und lieferte eine der genausten Zeichnungen, die er nachher kolorierte und ein Beispiel zurückließ, daß bildlicher Darstellung das Unmögliche möglich wird. Den Übergang vorn Abend zur Nacht verfolgten wir mit ebenso begierigen Augen. Capri lag nun ganz finster vor uns, und zu unserm Erstaunen entzündete sich die vesuvische Wolke sowie auch der Wolkenstreif, je länger, je mehr, und wir sahen zuletzt einen ansehnlichen Strich der Atmosphäre im Grunde unseres Bildes erleuchtet, ja, wetterleuchten. über diese uns so willkommenen Szenen hatten wir unbemerkt gelassen, daß uns ein großes Unheil bedrohe; doch ließ uns die Bewegung unter den Passagieren nicht lange in Ungewißheit. Sie, der Meeresereignisse kundiger als wir, machten dem Schiffsherrn und seinem Steuermanne bittre Vorwürfe; daß über ihre Ungeschicklichkeit nicht allein die Meerenge verfehlt sei, sondern auch die ihnen anvertraute Personenzahl, Güter und alles umzukommen in Gefahr schwebe. Wir erkundigten uns nach der Ursache dieser Unruhe, indem wir nicht begriffen, daß bei völliger Windstille irgendein Unheil zu befürchten sei. Aber eben diese Windstille machte jene Männer trostlos. “Wir befinden uns”, sagten sie, “schon in der Strömung, die sich um die Insel bewegt und durch einen sonderbaren Wellenschlag so langsam als unwiderstehlich nach dem schroffen Felsen hinzieht, wo uns auch nicht ein Fußbreit Vorsprung oder Bucht zur Rettung gegeben ist.”

Aufmerksam durch diese Reden, betrachteten wir nun unser Schicksal mit Grauen; denn obgleich die Nacht die zunehmende Gefahr nicht unterscheiden ließ, so bemerkten wir doch, daß das Schiff, schwankend und schwippend, sich den Felsen näherte, die immer finsterer vor uns standen, während über das Meer hin noch ein leichter Abendschimmer verbreitet lag. Nicht die geringste Bewegung war in der Luft zu bemerken: Schnupftücher und leichte Bänder wurden von jedem in die Höhe und ins Freie gehalten, aber keine Andeutung eines erwünschten Hauches zeigte sich. Die Menge ward immer lauter und wilder. Nicht etwa betend knieten die Weiber mit ihren Kindern auf dem Verdeck, sondern weil der Raum zu eng war, sich darauf zu bewegen, lagen sie gedrängt aneinander. Sie noch mehr als die Männer, welche besonnen auf Hülfe und Rettung dachten, schalten und tobten gegen den Kapitän. Nun ward ihm alles vorgeworfen, was man auf der ganzen Reise schweigend zu erinnern gehabt: für teures Geld einen schlechten Schiffsraum, geringe Kost, ein zwar nicht unfreundliches, aber doch stummes Betragen. Er hatte niemand von seinen Handlungen Rechenschaft gegeben, ja, selbst noch den letzten Abend ein hartnäckiges Stillschweigen über seine Manoeuvres beobachtet. Nun hieß er und der Steuermann hergelaufene Krämer, die ohne Kenntnis der Schiffskunst sich aus bloßem Eigennutz den Besitz eines Fahrzeuges zu verschaffen gewußt und nun durch Unfähigkeit und Ungeschicklichkeit alle, die ihnen anvertraut, zugrunde richteten. Der Hauptmann schwieg und schien immer noch auf Rettung zu sinnen; mir aber, dem von Jugend auf Anarchie verdrießlicher gewesen als der Tod selbst, war es unmöglich, länger zu schweigen. Ich trat vor sie hin und redete ihnen zu, mit ungefähr ebensoviel Gemütsruhe als den Vögeln von Malcesine. Ich stellte ihnen vor, daß gerade in diesem Augenblick ihr Lärmen und Schreien denen, von welchen noch allein Rettung zu hoffen sei, Ohr und Kopf verwirrten, so daß sie weder denken noch sich untereinander verständigen könnten. “Was euch betrifft”, rief ich aus, “kehrt in euch selbst zurück und dann wendet euer brünstiges Gebet zur Mutter Gottes, auf die es ganz allein ankommt, ob sie sich bei ihrem Sohne verwenden mag, daß er für euch tue, was er damals für seine Apostel getan, als auf dem stürmenden See Tiberias die Wellen schon in das Schiff schlugen, der Herr aber schlief, der jedoch, als ihn die Trost- und Hülflosen aufweckten, sogleich dem Winde zu ruhen gebot, wie er jetzt der Luft gebieten kann, sich zu regen, wenn es anders sein heiliger Wille ist.”

Diese Worte taten die beste Wirkung. Eine unter den Frauen, mit der ich mich schon früher über sittliche und geistliche Gegenstände unterhalten hatte, rief aus: “Ah! il Barlamé! benedetto il Barlamé!” und wirklich fingen sie, da sie ohnehin schon auf den Knieen lagen, ihre Litaneien mit mehr als herkömmlicher Inbrunst leidenschaftlich zu beten an. Sie konnten dies mit desto größerer Beruhigung tun, als die Schiffsleute noch ein Rettungsmittel versuchten, das wenigstens in die Augen fallend war: sie ließen das Boot hinunter, das freilich nur sechs bis acht Männer fassen konnte, befestigten es durch ein langes Seil an das Schiff, welches die Matrosen durch Ruderschläge nach sich zu ziehen kräftig bemüht waren. Auch glaubte man einen Augenblick, daß sie es innerhalb der Strömung bewegten, und hoffte es bald aus derselben herausgerettet zu sehen. Ob aber gerade diese Bemühungen die Gegengewalt der Strömung vermehrt, oder wie es damit beschaffen sein mochte, so ward mit einmal an dem langen Seile das Boot und seine Mannschaft im Bogen rückwärts nach dem Schiffe geschleudert, wie die Schmitze einer Peitsche, wenn der Fuhrmann einen Zug tut. Auch diese Hoffnung ward aufgegeben! – Gebet und Klagen wechselten ab, und der Zustand wuchs um so schauerlicher, da nun oben auf den Felsen die Ziegenhirten, deren Feuer man schon längst gesehen hatte, hohl aufschrien, da unten strande das Schiff! Sie riefen einander noch viel unverständliche Töne zu, in welchen einige, mit der Sprache bekannt, zu vernehmen glaubten, als freuten sie sich auf manche Beute, die sie am andern Morgen aufzufischen gedächten. Sogar der tröstliche Zweifel, ob denn auch wirklich das Schiff dem Felsen sich so drohend nähere, war leider nur zu bald gehoben, indem die Mannschaft zu großen Stangen griff, um das Fahrzeug, wenn es zum äußersten käme, damit von den Felsen abzuhalten, bis denn endlich auch diese brächen und alles verloren sei. Immer stärker schwankte das Schiff, die Brandung schien sich zu vermehren, und meine durch alles dieses wiederkehrende Seekrankheit drängte mir den Entschluß auf, hinunter in die Kajüte zu steigen. Ich legte mich halb betäubt auf meine Matratze, doch aber mit einer gewissen angenehmen Empfindung, die sich vom See Tiberias herzuschreiben schien; denn ganz deutlich schwebte mir das Bild aus Merians Kupferbibel vor Augen. Und so bewährt sich die Kraft aller sinnlich-sittlichen Eindrücke jedesmal am stärksten, wenn der Mensch ganz auf sich selbst zurückgewiesen ist. Wie lange ich so in halbem Schlafe gelegen, wüßte ich nicht zu sagen, aufgeweckt aber ward ich durch ein gewaltsames Getöse über mir; ich konnte deutlich vernehmen, daß es die großen Seile waren, die man auf dem Verdeck hin und wider schleppte, dies gab mir Hoffnung, daß man von den Segeln Gebrauch mache. Nach einer kleinen Weile sprang Kniep herunter und kündigte mir an, daß man gerettet sei, der gelindeste Windshauch habe sich erhoben; in dem Augenblick sei man bemüht gewesen, die Segel aufzuziehen, er selbst habe nicht versäumt, Hand anzulegen. Man entferne sich schon sichtbar vom Felsen, und obgleich noch nicht völlig außer der Strömung, hoffe man nun doch, sie zu überwinden. Oben war alles stille; sodann kamen mehrere der Passagiere, verkündigten den glücklichen Ausgang und legten sich nieder.

Oggi

Capri vista da Punta Campanella: le Bocche di Capri fra l'isola e il capo, dove il 3 marzo 1787 Goethe seguì con gli occhi le vele della fregata per Palermo. Pubblico dominio, Wikimedia Commons.
Capri vista da Punta Campanella: le Bocche di Capri fra l’isola e il capo, dove il 3 marzo 1787 Goethe seguì con gli occhi le vele della fregata per Palermo. Pubblico dominio, Wikimedia Commons.
La torre di Punta Campanella dal mare, oggi Area Marina Protetta, sul capo che gli antichi chiamavano Minerva. Foto DimiTalen, Wikimedia Commons, CC0.
La torre di Punta Campanella dal mare, oggi Area Marina Protetta, sul capo che gli antichi chiamavano Minerva. Foto DimiTalen, Wikimedia Commons, CC0.

Le Bocche di Capri tra l’isola e Punta Campanella (Massa Lubrense), oggi Area Marina Protetta; il punto del quasi naufragio non è identificabile.

Dove: Area Marina Protetta Punta Campanella, Massa Lubrense (NA)

Ricostruzione AI

Le vele della fregata che spariscono fra Capri e Capo Minerva, 3 marzo 1787: ricostruzione AI (SPUN, 2026).
Le vele della fregata che spariscono fra Capri e Capo Minerva, 3 marzo 1787: ricostruzione AI (SPUN, 2026).

Approfondimenti

Fonti

J.W. Goethe, Italienische Reise, testo originale tedesco (pubblico dominio).

Traduzione di Eugenio Zaniboni (J.W. Goethe, Viaggio in Italia, Firenze, Sansoni, 1924; pubblico dominio).

  • Luogo
  • Establishment Date
    1787-03-03
  • Address
    Area Marina Protetta Punta Campanella, Massa Lubrense (NA)
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