Napoli · Il pranzo dalla principessa

Credendola povera come i Filangieri, Goethe si ritrova nel palazzo sontuoso della «principessina», con servitori in livrea sulle scale: «mi parve di essere il sultano delle fiabe di Wieland». A tavola lei tormenta i frati sui cibi di magro e lo invita a Sorrento, a farsi guarire dalla filosofia.

Napoli, 12 marzo 1787

Sera.

Per arrivare alla debita ora in casa della mia bizzarra principessina e per non sbagliarmi, ho preso un servitore di piazza. Costui mi condusse innanzi al portone d’un gran palazzo; ma non potendo io supporre che ella avesse una così splendida dimora, pronunziai ancora una volta, chiaramente, il suo nome; il servitore mi confermò che io era arrivato. Trovai un cortile spazioso, solitario e tranquillo, pulito, vuoto, circondato dalla costruzione principale e da altre accessorie: è la solita architettura napoletana, piena di gaiezza come la sua tinta. Di fronte, una grande porta d’ingresso e uno scalone largo e comodo. Ai due lati dello scalone, dal basso in alto, erano schierati i servitori, in livree di gala, che al mio passaggio fecero un profondo inchino. Mi sembrava d’essere il sultano nelle fiabe del Wieland e, seguendo il suo esempio, mi feci coraggio. Più in là fui ricevuto dai domestici dell’appartamento, finché il più maestoso aprì la porta d’un salone, ed io mi vidi innanzi un altro grande vano, altrettanto splendido ma non meno vuoto di tutto il resto. Passeggiando su e giù, osservai in una galleria laterale una tavola apparecchiata per una quarantina di persone e la cui magnificenza era pari a tutto l’assieme. Entrò un prete secolare, il quale, senza domandarmi chi io fossi o donde venissi, mi trattò come un’antica conoscenza, discorrendo del più e del meno.

Una porta a due battenti si aprì e si chiuse subito dietro un vecchio signore, che si fece avanti. Il prete gli andò incontro, io feci lo stesso e lo salutai con poche parole cortesi, alle quali egli rispose con certi balbettamenti e certi ringhi, che io non potei comprender sillaba di tutto quell’idioma da ottentotti. Essendosi poi il vecchio accostato al caminetto, il prete si tirò in disparte, ed io lo imitai. Entrò un maestoso benedettino, seguito da un più giovane confratello, che salutò a sua volta il padron di casa, e ne ricevette a sua volta i soliti abbaiamenti, dopo di che si ritirò presso la finestra con noi. Gli ecclesiastici regolari, specialmente quelli vestiti con una certa eleganza, godono in società dei più grandi vantaggi. Il loro abito accenna bensì all’umiltà e alla rinunzia, ma nel tempo stesso conferisce loro una spiccata dignità. Nel loro contegno possono mostrarsi umili senza abbassarsi; ma quando si risollevano, non disdice loro una certa qual sicurezza di se stessi, che non si passerebbe per buona a tutt’altri ceti. Tale era questo monaco. Io gli domandai di Montecassino, ed egli mi invitò a fargli una visita, promettendomi le accoglienze più liete. Intanto la sala s’era riempita: c’erano ufficiali, personaggi di corte, preti secolari e perfino qualche cappuccino. Io cercavo inutilmente delle signore, che pure non sarebbero dovute mancare. La porta a due battenti si riaprì e si richiuse due volte. Entrò una vecchia dama, più vecchia ancora del signore, e questa volta la presenza della padrona di casa mi diede la piena sicurezza che mi trovavo in un palazzo straniero, completamente sconosciuto agli abitanti. Ma già si serviva in tavola ed io mi tenevo vicino agli ecclesiastici per scivolare con loro nel paradiso della sala da pranzo, quando tutt’a un tratto ecco entrare il Filangieri e sua moglie, con molte scuse per il ritardo. Poco dopo ecco irrompere nella sala anche la mia principessina che, passando davanti a tutti con inchini, riverenze, cenni del capo, si fermò proprio davanti a me. «Siete stato bravo a mantenere la parola» esclamò; «a tavola vi metterete vicino a me; i migliori bocconi saranno per voi. Aspettate un momento. Devo prima scegliere il mio posto; dopo vi metterete accanto a me». A quest’invito, seguii la sua varia manovra e finalmente arrivammo a posto, i benedettini dirimpetto, i Filangieri all’altro lato. «È un pranzo squisito», continuò; «tutti cibi di magro, ma roba scelta. Ora vi indicherò il meglio; ma prima devo un po’ tormentare questi preti; non li posso digerire, questi bricconi; vengono tutti i giorni a portarci via qualche cosa; e dovremmo godercelo coi nostri amici, quel po’ di ben di Dio che abbiamo». Si servì la zuppa; il benedettino mangiava con grande compunzione. «Prego, non fate cerimonie, padre», disse anche a lui; «forse che il cucchiaio è troppo piccolo? Ve ne farò portare uno più grande. I nostri reverendi sono così abituati a riempirsi la bocca!» Il padre rispose che in una casa di gran signori come quella, tutto era disposto così bene da soddisfare pienamente ben altri ospiti.

Si servirono dei pasticcini, e il padre non ne prese che uno. «Ma prendetene una mezza dozzina!» gli gridò; «non sapete che la pasta sfogliata è di facile digestione?». Il bravo padre prese un altro pasticcino, ringraziando della graziosa attenzione, come se non avesse capito lo scherzo irriverente. E venne un altro dolce, più grande, che le fornì l’occasione di dar la stura alla sua malizia; infatti, avendone il monaco infilato un pezzetto e tiratolo a sé, ne era caduto sul piatto un secondo pezzo. «Ma prendetene un terzo, padre reverendo!» gridò allora; «a quanto pare, avete voglia di stabilire una buona base!». E il padre: «Quando si fornisce un materiale così buono, l’architetto ha ben da lavorare!». E così via di questo passo, senza che la principessa s’interrompesse un momento, se non per servirmi coscienziosamente i migliori bocconi.

Io m’intrattenevo intanto col mio vicino su argomenti molto più seri. Non ho inteso il Filangieri pronunziare una sola parola insignificante. Egli assomiglia, in questo, come in molte altre cose, al nostro amico Giorgio Schlosser; soltanto che, da napoletano e da uomo di mondo, quello è d’un temperamento più dolce e d’una conversazione più alla mano.

Durante tutto questo tempo, la malizia della nostra vicina non aveva lasciato tregua a quei reverendi. I pesci specialmente, che, essendo quaresima, eran preparati in forma di carne, le fornirono argomento inesauribile di trovate irriverenti e piccanti, soprattutto per mettere in rilievo e raccomandare il gusto della carne. Se era proibita la sostanza, diceva, c’era almeno da godere dell’apparenza.

Ho notato altri scherzi di questo genere, che però non ho il coraggio di riferire: certe cose possono essere tollerate nel vivo della conversazione, specialmente se pronunciate da una bella bocca, ma, a metterle in nero sul bianco, non piacciono nemmeno a me. E l’insolenza ha questo di particolare, che lì per lì piace, perché stordisce; ma a raccontarla, ci offende e ci ripugna.

Avevano servito il dessert, ed io temevo che le chiacchiere non finissero più; ma quando meno me l’aspettavo, la mia vicina si rivolse a me, seria seria, e: «Lasciamo che i preti, disse, si godano il Siracusa in santa pace; non mi riesce mai di tormentarne uno come intendo io; nemmeno di fargli perdere l’appetito. Parliamo piuttosto un po’ sul serio. Che diavolo avete detto col Filangieri? Gran brav’uomo eh? ma si dà troppo da fare. Quante volte non gli ho detto: se voi altri fate delle leggi nuove, noi non finiremo più di stancarci per trovar subito il mezzo di trasgredirle; mentre per le leggi vecchie, abbiam già trovato il rimedio. Vedete un po’ a Napoli, come è bello; la gente vive da secoli allegra e senza pensieri e, a impiccarne uno di tanto in tanto, tutti gli altri rigano diritto che è un incanto».

Dopo di che, mi fece la proposta di andare in quel di Sorrento, dove essa possiede molte terre e dove fra l’altro il suo fattore mi farebbe gustare i pesci più squisiti e una carne di vitello da latte, detta mungana, delicatissima. L’aria della montagna e il panorama stupendo mi guarirebbero di ogni filosofia; più tardi verrebbe anche lei e non mi resterebbe più traccia di tante rughe, da cui mi son lasciato solcare anzi tempo; insomma, si vivrebbe insieme allegramente.

Testo originale tedesco · Neapel, Montag, den 12. März.

Abends.

Damit ich ja zur bestimmten Zeit heute bei dem wunderlichen Prinzeßchen wäre und das Haus nicht verfehlte, berief ich einen Lohnbedienten. Er brachte mich vor das Hoftor eines großen Palastes, und da ich ihr keine so prächtige Wohnung zutraute, buchstabierte ich ihm noch einmal aufs deutlichste den Namen; er versicherte, daß ich recht sei. Nun fand ich einen geräumigen Hof, einsam und still, reinlich und leer, von Haupt- und Seitengebäuden umgeben. Bauart die bekannte heitere neapolitanische, so auch die Färbung. Gegen mir über ein großes Portal und eine breite, gelinde Treppe. An beiden Seiten derselben hinaufwärts in kostbarer Livree Bedienten gereiht, die sich, wie ich an ihnen vorbeistieg, aufs tiefste bückten. Ich schien mir der Sultan in Wielands Feenmärchen und faßte mir nach dessen Beispiel ein Herz. Nun empfingen mich die höheren Hausbedienten, bis endlich der anständigste die Türe eines großen Saals eröffnete, da sich denn ein Raum vor mir auftat, den ich ebenso heiter, aber auch so menschenleer fand als das übrige. Beim Auf- und Abgehen erblickte ich in einer Seitengalerie etwa für vierzig Personen prächtig, dem Ganzen gemäß eine Tafel bereitet. Ein Weltgeistlicher trat herein; ohne mich zu fragen, wer ich sei, noch woher ich komme, nahm er meine Gegenwart als bekannt an und sprach von den allgemeinsten Dingen.

Ein Paar Flügeltüren taten sich auf, hinter einem ältlichen Herrn, der hereintrat, gleich wieder verschlossen. Der Geistliche ging auf ihn los, ich auch, wir begrüßten ihn mit wenigen höflichen Worten, die er mit bellenden, stotternden Tönen erwiderte, so daß ich mir keine Silbe des hottentottischen Dialekts enträtseln konnte. Als er sich ans Kamin gestellt, zog sich der Geistliche zurück und ich mit ihm. Ein stattlicher Benediktiner trat herein, begleitet von einem jüngeren Gefährten; auch er begrüßte den Wirt, auch er wurde angebellt, worauf er sich denn zu uns ans Fenster zurückzog. Die Ordensgeistlichen, besonders die eleganter gekleideten, haben in der Gesellschaft die größten Vorzüge; ihre Kleidung deutet auf Demut und Entsagung, indem sie ihnen zugleich entschiedene Würde verleiht. In ihrem Betragen können sie, ohne sich wegzuwerfen, unterwürfig erscheinen, und dann, wenn sie wieder strack auf ihren Hüften stehen, kleidet sie eine gewisse Selbstgefälligkeit sogar wohl, welche man allen übrigen Ständen nicht zugute gehen ließe. So war dieser Mann. Ich fragte nach Monte Cassino, er lud mich dahin und versprach mir die beste Aufnahme. Indessen hatte sich der Saal bevölkert: Offiziere, Hofleute, Weltgeistliche, ja sogar einige Kapuziner waren gegenwärtig. Vergebens suchte ich nach einer Dame, und daran sollte es denn auch nicht fehlen. Abermals ein Paar Flügeltüren taten sich auf und schlossen sich. Eine alte Dame war hereingetreten, wohl noch älter als der Herr, und nun gab mir die Gegenwart der Hausfrau die völlige Versicherung, daß ich in einem fremden Palast, unbekannt völlig den Bewohnern sei. Schon wurden die Speisen aufgetragen, und ich hielt mich in der Nähe der geistlichen Herren, um mit ihnen in das Paradies des Tafelzimmers zu schlüpfen, als auf einmal Filangieri mit seiner Gemahlin hereintrat, sich entschuldigend, daß er verspätet habe. Kurz darauf sprang Prinzeßchen auch in den Saal, fuhr unter Knicksen, Beugungen, Kopfnicken an allen vorbei auf mich los. “Es ist recht schön, daß Sie Wort halten!” rief sie, “setzen Sie sich bei Tafel zu mir, Sie sollen die besten Bissen haben. Warten Sie nur! Ich muß mir erst den rechten Platz aussuchen, dann setzen Sie sich gleich an mich.” So aufgefordert, folgte ich den verschiedenen Winkelzügen, die sie machte, und wir gelangten endlich zum Sitze, die Benediktiner gerade gegen uns über, Filangieri an meiner andern Seite. – “Das Essen ist durchaus gut”, sagte sie, “alles Fastenspeisen, aber ausgesucht, das Beste will ich Ihnen andeuten. Jetzt muß ich aber die Pfaffen scheren. Die Kerls kann ich nicht ausstehen; sie hucken unserm Hause tagtäglich etwas ab. Was wir haben, sollten wir selbst mit Freunden verzehren!” – Die Suppe war herumgegeben, der Benediktiner aß mit Anstand. – “Bitte, sich nicht zu genieren, Hochwürden”, rief sie aus, “ist etwa der Löffel zu klein? Ich will einen größern holen lassen, die Herren sind ein tüchtiges Maulvoll gewohnt.” Der Pater versetzte, es sei in ihrem fürstlichen Hause alles so vortrefflich eingerichtet, daß ganz andere Gäste als er eine vollkommenste Zufriedenheit empfinden würden.

Von den Pastetchen nahm sich der Pater nur eins, sie rief ihm zu, er möchte doch ein halb Dutzend nehmen! Blätterteig, wisse er ja, verdaue sich leicht genug. Der verständige Mann nahm noch ein Pastetchen, für die gnädige Attention dankend, als habe er den lästerlichen Scherz nicht vernommen. Und so mußte ihr auch bei einem derbern Backwerk Gelegenheit werden, ihre Bosheit auszulassen; denn als der Pater ein Stück anstach und es auf seinen Teller zog, rollte ein zweites nach. – “Ein drittes”, rief sie, “Herr Pater, Sie scheinen einen guten Grund legen zu wollen!” – “Wenn so vortreffliche Materialien gegeben sind, hat der Baumeister leicht arbeiten!” versetzte der Pater. – Und so ging es immer fort, ohne daß sie eine andere Pause gemacht hätte, als mir gewissenhaft die besten Bissen zuzuteilen.

Ich sprach indessen mit meinem Nachbar von den ernstesten Dingen. Überhaupt habe ich Filangieri nie ein gleichgültiges Wort reden hören. Er gleicht darin wie in manchem andern unserm Freunde Georg Schlosser, nur daß er als Neapolitaner und Weltmann eine weichere Natur und einen bequemem Umgang hat.

Die ganze Zeit war den geistlichen Herren von dem Mutwillen meiner Nachbarin keine Ruhe gegönnt, besonders gaben ihr die zur Fastenzeit in Fleischgestalt verwandelten Fische unerschöpflichen Anlaß, gott- und sittenlose Bemerkungen anzubringen, besonders aber auch die Fleischeslust hervorzuheben und zu billigen, daß man sich wenigstens an der Form ergötze, wenn auch das Wesen verboten sei.

Ich habe mir noch mehr solcher Scherze gemerkt, die ich jedoch mitzuteilen nicht Mut habe. Dergleichen mag sich im Leben und aus einem schönen Munde noch ganz erträglich ausnehmen, schwarz auf weiß dagegen wollen sie mir selbst nicht mehr gefallen. Und dann hat freche Verwegenheit das Eigene, daß sie in der Gegenwart erfreut, weil sie in Erstaunen setzt, erzählt aber erscheint sie uns beleidigend und widerlich.

Das Dessert war aufgetragen, und ich fürchtete, nun gehe es immer so fort; unerwartet aber wandte sich meine Nachbarin ganz beruhigt zu mir und sagte: “Den Syrakuser sollen die Pfaffen in Ruhe verschlucken, es gelingt mir doch nicht, einen zu Tode zu ärgern, nicht einmal, daß ich ihnen den Appetit verderben könnte. Nun lassen Sie uns ein vernünftiges Wort reden! Denn was war das wieder für ein Gespräch mit Filangieri! Der gute Mann! er macht sich viel zu schaffen. Schon oft habe ich ihm gesagt: “Wenn ihr neue Gesetze macht, so müssen wir uns wieder neue Mühe geben, um auszusinnen, wie wir auch die zunächst übertreten können; bei den alten haben wir es schon weg.” Sehen Sie nur einmal, wie schön Neapel ist; die Menschen leben seit so vielen Jahren sorglos und vergnügt, und wenn von Zeit zu Zeit einmal einer gehängt wird, so geht alles übrige seinen herrlichen Gang.” Sie tat mir hierauf den Vorschlag, ich solle nach Sorrent gehen, wo sie ein großes Gut habe, ihr Haushofmeister werde mich mit den besten Fischen und dem köstlichsten Milchkalbfleisch (mungana) herausfüttern. Die Bergluft und die himmlische Aussicht sollten mich von aller Philosophie kurieren, dann wollte sie selbst kommen, und von den sämtlichen Runzeln, die ich ohnehin zu früh einreißen lasse, solle keine Spur übrigbleiben, wir wollten zusammen ein recht lustiges Leben führen.

Napoli, 25 maggio 1787

Probabilmente, non la rivedrò più la mia bizzarra principessina. Ella è partita per Sorrento e prima di partire mi ha onorato di una lavata di capo per aver preferito alla sua compagnia la petrosa e deserta Sicilia. Alcuni amici mi hanno dato la spiegazione di questo fenomeno. Nata di famiglia nobile ma non ricca, educata in convento, s’era decisa a sposare un principe vecchio e ricco, al quale matrimonio l’avevan potuta indurre tanto più facilmente, quanto più aveva sortito da natura un’indole, buona in fondo, ma del tutto incapace di amore. In tale posizione più che agiata, ma non indipendente per le grandi relazioni della famiglia, cercò una risorsa nel suo spirito, e vedendosi inceppata nei suoi movimenti, pensò a sciogliere per lo meno lo scilinguagnolo. Mi è stato assicurato che la sua condotta è assolutamente irreprensibile; tant’è, sembra si sia proposto di romperla a viso aperto con tutti i rapporti sociali mediante una lingua che non conosce freni. C’è chi ha osservato, scherzando, che nessuna censura lascerebbe passare i suoi discorsi, se fossero scritti, non sapendo ella dir nulla che non suoni offesa alla religione, al governo o alla morale.

Girano sul suo conto gli aneddoti più bizzarri e più gustosi. Eccone uno, benché non fra i più decenti.

Poco prima del terremoto che ha desolato la Calabria, ella si era ritirata laggiù nelle terre di suo marito. Nei dintorni del suo castello avevano costruito una baracca, cioè un’abitazione di legno, a un solo piano, posta immediatamente sul suolo; del resto tappezzata, ammobiliata e fornita di tutti i comodi. Ai primi segnali del terremoto, ella si rifugiò nella baracca. Stava seduta sopra un sofà, intenta a intrecciar dei nodi, davanti a un tavolino da lavoro, avendo dirimpetto un abate, vecchio prete di casa. Improvvisamente ecco che il terreno traballa e la baracca si sfascia dalla parte della dama, mentre la parte opposta si solleva, sollevando per ciò anche l’abate e il tavolino. «Vergogna!» esclamò la dama, con la testa appoggiata alla parete che crollava: «sono cose decenti queste, per un reverendo come voi? Fate certe mosse, come se voleste cadermi addosso! Questa è un’offesa ad ogni principio di morale e di decenza».

Intanto la baracca aveva ripreso la sua posizione, e la dama non finiva dal ridere della matta figura di satiro che il povero vecchio era stato costretto a fare: come se una simile buffonata le avesse fatto dimenticare completamente tante calamità e perfino le gravi perdite che avevan colpito la sua famiglia e tante migliaia di persone. Carattere strano e felice, che sa trovare una facezia anche nel momento in cui la terra sta per inghiottirci.

Testo originale tedesco · Neapel, Freitag, den 25. Mai 1787

Mein lockeres Prinzeßchen werde ich wohl nicht wiedersehen; sie ist wirklich nach Sorrent und hat mir die Ehre angetan, vor ihrer Abreise auf mich zu schelten, daß ich das steinichte und wüste Sizilien ihr habe vorziehen können. Einige Freunde gaben mir Auskunft über diese sonderbare Erscheinung. Aus einem guten, doch unvermögenden Hause geboren, im Kloster erzogen, entschloß sie sich, einen alten und reichen Fürsten zu heiraten, und man konnte sie um so eher dazu überreden, als die Natur sie zu einem zwar guten, aber zur Liebe völlig unfähigen Wesen gebildet hatte. In dieser reichen, aber durch Familienverhältnisse höchst beschränkten Lage suchte sie sich durch ihren Geist zu helfen und, da sie in Tun und Lassen gehindert war, wenigstens ihrem Mundwerk freies Spiel zu geben. Man versicherte mir, daß ihr eigentlichster Wandel ganz untadelig sei, daß sie sich aber fest vorgesetzt zu haben scheine, durch ein unbändiges Reden allen Verhältnissen ins Angesicht zu schlagen. Man bemerkte scherzend, daß keine Zensur ihre Diskurse, wären sie schriftlich verfaßt, könne durchgehen lassen, weil sie durchaus nichts vorbringe, als was Religion, Staat oder Sitten verletze.

Man erzählte die wunderlichsten und artigsten Geschichten von ihr, wovon eine hier stehen mag, ob sie gleich nicht die anständigste ist.

Kurz vor dem Erdbeben, das Kalabrien betraf, war sie auf die dortigen Güter ihres Gemahls gezogen. Auch in der Nähe ihres Schlosses war eine Baracke gebaut, das heißt ein hölzernes einstöckiges Haus, unmittelbar auf den Boden aufgesetzt; übrigens tapeziert, möbliert und schicklich eingerichtet. Bei den ersten Anzeigen des Erdbebens flüchtete sie dahin. Sie saß auf dem Sofa, Knötchen knüpfend, vor sich ein Nähtischchen, gegen ihr über ein Abbé, ein alter Hausgeistlicher. Auf einmal wogte der Boden, das Gebäude sank an ihrer Seite nieder, indem die entgegengesetzte sich emporhob, der Abbé und das Tischchen wurde also auch in die Höhe gehoben. “Pfui!” rief sie, an der sinkenden Wand mit dem Kopfe gelehnt, “schickt sich das für einen so ehrwürdigen Mann? Ihr gebärdet Euch ja, als wenn Ihr auf mich fallen wolltet. Das ist ganz gegen alle Sitte und Wohlstand.”

Indessen hatte das Haus sich wieder niedergesetzt, und sie wußte sich vor Lachen nicht zu lassen über die närrische, lüsterne Figur, die der gute Alte sollte gespielt haben, und sie schien über diesen Scherz von allen Kalamitäten, ja dem großen Verlust, der ihre Familie und so viel tausend Menschen betraf, nicht das mindeste zu empfinden. Ein wundersam glücklicher Charakter, dem noch eine Posse gelingt, indem ihn die Erde verschlingen will.

Oggi

Palazzo Ravaschieri di Satriano sulla Riviera di Chiaia, ampliato da Ferdinando Sanfelice: Benedetto Croce (1903) vi riconosce il palazzo della «principessina», Teresa Filangieri. Foto Xerse, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.
Palazzo Ravaschieri di Satriano sulla Riviera di Chiaia, ampliato da Ferdinando Sanfelice: Benedetto Croce (1903) vi riconosce il palazzo della «principessina», Teresa Filangieri. Foto Xerse, Wikimedia Commons, CC BY-SA 3.0.

Goethe non nomina né la dama né il palazzo. Benedetto Croce (1903) identifica la «principessina» con Teresa Filangieri Fieschi Ravaschieri, principessa di Satriano, sorella di Gaetano, e il suo palazzo con il palazzo Satriano «al largo della Vittoria, all’angolo tra la via Calabritto e la Riviera di Chiaia», con facciata, cortile e scala di Ferdinando Sanfelice. La proprietà a «Sorrento» di cui lei parla è, secondo Croce, il castello di Vico Equense, dove Gaetano Filangieri morì.

Dove: Palazzo Ravaschieri di Satriano, Riviera di Chiaia angolo via Calabritto, 80121 Napoli

Opere e documenti

L. Iely, un salone di Palazzo Satriano a Napoli, acquerello del 1829 (Cooper Hewitt). Pubblico dominio, Wikimedia Commons.
L. Iely, un salone di Palazzo Satriano a Napoli, acquerello del 1829 (Cooper Hewitt). Pubblico dominio, Wikimedia Commons.

Ricostruzione AI

La scala del palazzo della «principessina», 12 marzo 1787, con i servitori in livrea allineati che s'inchinano: «mi parve di essere il sultano delle fiabe di Wieland». Ricostruzione AI (SPUN, 2026).
La scala del palazzo della «principessina», 12 marzo 1787, con i servitori in livrea allineati che s’inchinano: «mi parve di essere il sultano delle fiabe di Wieland». Ricostruzione AI (SPUN, 2026).

Approfondimenti

Fonti

J.W. Goethe, Italienische Reise, testo originale tedesco (pubblico dominio).

Traduzione di Eugenio Zaniboni (J.W. Goethe, Viaggio in Italia, Firenze, Sansoni, 1924; pubblico dominio).

  • Luogo
  • Establishment Date
    1787-03-12
  • Address
    Palazzo Ravaschieri di Satriano, Riviera di Chiaia angolo via Calabritto, Napoli
Google Map