Napoli · Santa Lucia e i lazzari
Contro la guida di Volkmann e i suoi «quarantamila oziosi», Goethe va a caccia dei lazzari e trova soltanto gente che lavora: facchini, pescatori, bambini che raccolgono trucioli, spazzini con gli asini. Il giorno dopo i colori sotto il sole, le botteghe di Santa Lucia, i maccheroni e i friggitori a ogni angolo.
Napoli, 28 maggio 1787
Il mio buono e prezioso Volkmann mi costringe di quando in quando a dissentire dalle sue opinioni. Egli afferma tra l’altro che a Napoli vi possono essere dai trenta ai quarantamila oziosi. E quanti non lo han ripetuto dopo di lui! Dopo d’essermi procurata una certa conoscenza delle condizioni sociali del Mezzogiorno, ho supposto che quello potesse essere un modo di vedere tutto proprio del Settentrione, dove si considerano come oziosi tutti coloro che non s’arrabattano a lavorare tutto il santo giorno. Per questo ho rivolto la mia attenzione particolare al popolo, a quello che si dà da fare e a quello che si mantiene tranquillo, e ho potuto osservare bensì molta gente mal vestita, ma nemmeno uno che sia disoccupato.
Ho domandato quindi notizie ad alcuni amici intorno a questi innumerevoli vagabondi, che anch’io avevo voglia di conoscere; ma nemmeno quelli sono stati in grado di farmeli vedere. Allora, potendo eseguire la mia inchiesta parallelamente alla visita della città, mi sono messo alla caccia io stesso.
Cominciai, in quell’enorme confusione, a fare un po’ di conoscenza coi diversi tipi, giudicandoli e classificandoli secondo la loro figura, secondo il modo di vestire, di comportarsi, di affaccendarsi. Ho trovato quest’operazione più facile qui che altrove, essendo qui gli uomini abbandonati più liberamente a se stessi, e rivelando essi anche esteriormente la loro condizione sociale.
Iniziai la mia inchiesta di buon mattino: tutta la gente che ho visto qua e là ferma o intenta a riposare, erano persone il cui mestiere, in quell’ora, esigeva appunto una sosta.
Erano infatti: facchini, che hanno i loro posti fissi in determinate piazze, e che attendono che qualcuno si valga dell’opera loro; birocciai, coi rispettivi carretti a due ruote e a un cavallo, intenti a governare le loro bestie, e in attesa di servire il primo che capita; marinai, sul molo, con la pipa in bocca; pescatori, sdraiati al sole, probabilmente perché spira vento contrario che impedisce loro di prendere il largo. Ne ho visti anche parecchi andare e venire, ma quasi tutti portavano qualche segno della loro attività. Di accattoni non ne ho visto uno solo, che non fosse un vecchione o un inabile al lavoro o uno storpio. Quanto più mi guardavo attorno, e quanto più attentamente osservavo, tanto meno potevo trovare dei veri vagabondi, sia delle classi infime che delle medie, sia di mattina che durante la maggior parte della giornata, giovani o vecchi, uomini o donne.
Entrerò in qualche particolare, perché quel che affermo sia più evidente e più credibile. I ragazzi più piccoli sono occupati in diverso modo. Buona parte di loro portano a vendere il pesce da Santa Lucia in città; molto spesso ne vedete in vicinanza dell’arsenale o in altri luoghi dove si sgrossa il legname e c’è abbondanza di trucioli, o anche in riva al mare, che rigetta la legna minuta, occupati a riempire dei più piccoli pezzetti le loro canestre. Ho visto bambini di pochi anni, buoni appena a camminare su quattro gambe, affaccendarsi a questo mestiere in compagnia dei più grandicelli fra i cinque e i sei anni. Anche questi se ne vanno poi nell’interno della città coi loro canestri e piantan le loro tende coi rispettivi fascetti di legna come se fossero al mercato. L’operaio e il modesto borghese li comprano e ne fanno brace sul loro treppiede per riscaldarsi, oppure se ne servono anche per la loro modesta cucina.
Altri ragazzi portano a vendere in giro l’acqua delle fonti sulfuree, di cui si fa gran consumo specialmente in primavera. Altri s’industriano alla meglio a comprare e rivendere agli altri ragazzi frutta, miele filato, pasticci e dolciumi, non fosse che per godersene la loro porzione gratuitamente. Graziosissimo è il vedere uno di questi monelli, la cui baracca e le cui suppellettili consistono in tutto in una tavoletta e in un coltello, portare in giro un cocomero o una zucca arrostita, e uno stormo di piccoli che gli fan corona, e lui che appoggia la sua tavola per terra e si mette a tagliare il frutto a pezzetti. I piccoli avventori, seri seri, misurano con le dita se per il loro centesimo ne hanno avuto abbastanza, mentre il minuscolo commerciante tratta quella clientela di ghiottoni con le stesse precauzioni, per non esser defraudato nemmeno d’una briciola. Ho la convinzione che, rimanendo qui più a lungo, si potrebbero raccogliere parecchi esempi di simili industrie infantili.
Un numero rilevantissimo di persone, in parte uomini di mezza età in parte ancora ragazzi, quasi tutti straccioni, sono occupati a trasportare sugli asini la spazzatura fuori della città. La campagna che circonda Napoli è tutta un immenso orto: è un piacere osservare l’incredibile quantità di verdura che vien portata in città tutti i giorni di mercato e come l’industria umana riporta poi alla campagna i rimasugli e i rifiuti della cucina, per accelerare lo sviluppo della vegetazione. Dato il gran consumo di legumi, i torsoli e le foglie dei cavolfiori, dei broccoli, dei carciofi, dei cavoli, dell’insalata, dell’aglio, costituiscono una parte notevole della spazzatura della città; e ognuno cerca di raccoglierne quanto più può. Due grandi canestre pieghevoli appese sul dorso d’un asinello vengon riempite per quanto ce ne sta, non solo, ma in modo da ammonticchiarvi altra merce, con un’abilità particolare. Non c’è un orto che non abbia il suo asino. Servi, ragazzi, i padroni stessi vanno e vengono dalla città durante la giornata quanto più possono, e quella è veramente per loro una preziosa miniera. È facile imaginare con quale premura questa gente raccoglie lo sterco dei cavalli e dei muli. Quando annotta, non è senza dispiacere che lasciano la città; e la gente ricca, che dopo la mezzanotte se ne torna a casa in carrozza, non pensa che già all’alba altri uomini s’industrieranno a seguire le tracce dei loro cavalli. Mi è stato assicurato che talvolta due di questi individui fanno società, comprano un asino, prendono a fitto da un proprietario più benestante un pezzo di terra, e così, lavorando assiduamente, dato questo clima felice, in cui la vegetazione non si arresta mai, riescono a dare alla loro industria uno sviluppo non indifferente.
Mi allontanerei troppo dal mio assunto, se volessi parlare qui di tutte le varietà del piccolo commercio, che è così gustoso osservare a Napoli, come del resto in tutti i grandi centri; ma non posso tacere dei venditori ambulanti, che appartengono in modo speciale all’infima classe del popolo. Alcuni vanno in giro con barilotti di acqua gelata, limoni e bicchieri, per poter far su due piedi e da per tutto una limonata, bevanda alla quale anche il più straccione non sa rinunziare; altri mettono in mostra certi vassoi con sopra bottiglie di liquori diversi e bicchierini, assicurati entro anelli di legno; altri ancora portano dei panieri di paste, dolciumi, agrumi ed altre frutta: si direbbe che tutti vogliano partecipare e rendere ancor più grandiosa la festa del piacere, che a Napoli si celebra tutti i giorni.
Non meno affaccendata di codesti venditori ambulanti è una folla di altri rivenduglioli, anche girovaghi, che offrono in vendita senz’altro le loro cianfrusaglie sopra una semplice tavoletta o entro il coperchio d’una scatola, o disponendole sulla nuda terra in pubblica piazza. Qui non si tratta di singoli oggetti, che si potrebbero trovare anche nei magazzini, bensì d’una rigatteria vera e propria. Non c’è un pezzetto di ferro, di cuoio, di panno, di tela, di feltro e simili, che non possa ripresentarsi sul mercato di questi robivecchi, e che non venga ricomperato da questo e da quello. Molta gente della classe più umile è inoltre occupata presso i mercati e gli artieri in qualità di commessi e galoppini.
Non si fan quattro passi, questo è vero, senza imbattersi in gente malvestita, anzi addirittura lacera; ma questa non è una ragione per gridare al vagabondo, al perdigiorno. Sarei tentato di enunciare il paradosso che a Napoli la maggior parte delle industrie sono forse ancora in mano delle infime classi. Non è certo il caso di paragonare quest’industria con quella del nord, costretta ad affannarsi non solo giorno per giorno ed ora per ora, ma nelle giornate buone per le giornate cattive, e nell’estate per l’inverno. Se l’uomo del nord è costretto dalla natura a pensare e a provvedere ai fatti suoi; se la nostra massaia è obbligata a salare e ad affumicare le carni per mantenere la cucina ben fornita tutto l’anno; se gli uomini son costretti a non trascurare le provviste di legna, di grano e di foraggio per le bestie e così via, è chiaro che i giorni più belli e le più belle ore della giornata, dedicate al lavoro, sono sottratte al piacere. Da noi, per mesi e mesi si rinunzia volentieri all’aria libera e si cerca nell’interno della casa un riparo contro il mal tempo, la pioggia, la neve e il gelo; le stagioni si succedono alle stagioni e chiunque non voglia finir male, deve diventare un buon massaio. Perché qui non si tratta di decidere se un tal uomo voglia fare questi sacrifici; non deve volerli, non può volerli, perché non può sostenerli; è la natura che lo costringe a travagliare, a provvedere. Inutile dire che questi influssi naturali, rimasti invariati per migliaia d’anni, hanno anche dato un’impronta decisiva al carattere, per tanti riguardi rispettabile, delle popolazioni del nord. Ecco perché, dal nostro punto di vista, noi giudichiamo troppo severamente le popolazioni del sud, alle quali il cielo sorride tanto benigno. Quello che il signor di Pauw ha il coraggio di dichiarare, discorrendo nelle sue Recherches sur les Grecs, dei filosofi cinici, calza qui a capello. Secondo il di Pauw, noi non ci facciamo un concetto troppo esatto della meschina condizione di questi uomini; il loro principio di rinunzia è favorito da un clima largo di tutti i doni. Un uomo povero, che a noi sembra un miserabile, può in questi paesi non solo soddisfare i suoi bisogni più urgenti e più necessari, ma anche godersi beatamente la vita; un così detto lazzarone napoletano potrebbe infischiarsi del posto di vicerè in Norvegia e rifiutare l’onore che gli farebbe l’imperatrice di Russia nominandolo governatore in Siberia.
Certo, nei paesi nostri un filosofo cinico sarebbe costretto a vivere fra molti disagi; nel Mezzogiorno, invece, sembra che la natura stessa inviti a vivere secondo quei principî. Qui, un uomo con l’abito a brandelli non è ancora un uomo nudo; colui che non ha una casa sua né una casa a pigione, ma che l’estate passa le notti sotto qualche grondaia o sulla soglia dei palazzi e delle chiese o nei portici pubblici, o che, se il tempo è cattivo, trova da coricarsi in qualche luogo pagando qualche spicciolo, non si può dire per questo un reietto e un miserabile. Se si considera quale enorme quantità di alimenti offre questo mare pescoso, dei cui prodotti la gente deve nutrirsi per obbligo ecclesiastico due o tre giorni alla settimana; la gran varietà di frutta e di verdura che si trova in sovrabbondanza tutto l’anno; come una provincia intorno a Napoli ha meritato il suo nome di Terra di Lavoro (che si deve intendere: «terra fatta per esser coltivata» non «terra di lavoro, o di fatica») e come tutta la regione porta da secoli il titolo onorifico di «Campania felice», si comprenderà bene quanto la vita in questi paesi sia felice.
Il paradosso, che ho messo fuori più sopra, darebbe luogo insomma a più d’una riflessione, se alcuno volesse imprendere una descrizione di Napoli in tutti i particolari: per la quale sarebbero indubbiamente necessari un talento non comune e non pochi anni di osservazione. Si vedrebbe allora che il così detto «lazzarone» tutto sommato non è per nulla più ozioso che il suo simile delle altre classi e si riconoscerebbe del pari che tutti, a modo loro, non lavorano soltanto per vivere, ma per godere, e che tutti badano a ricrearsi perfino nel lavoro della vita. Questo spiega parecchie cose: come ad esempio gli operai qui siano in generale meno abili di quelli del nord; come le fabbriche non attecchiscano; come, eccezione fatta degli avvocati e dei medici, la cultura sia poco diffusa relativamente alla gran massa della popolazione, per quanto lodevoli siano gli sforzi e le benemerenze di singoli individui; come nessun pittore di scuola napoletana sia mai stato artista completo e sia mai diventato grande; come gli ecclesiastici si abbandonino volentieri soprattutto all’ozio e come i nobili si compiacciano di godere per lo più dei loro beni, dandosi ai piaceri, allo sfarzo e alla dissipazione.
Tutto questo, e non mi sfugge, è forse detto troppo sulle generali; i lineamenti caratteristici di ogni classe non possono esser tracciati con precisione se non dopo una conoscenza e una osservazione più esatta; ma tirando le somme converrà, credo, arrivare a questi risultati.
Per ritornare al popolino di Napoli, è interessante osservare che, come fanno i ragazzi più vispi quando si comanda loro qualche cosa, anche i napoletani finiscono con l’assolvere il loro compito, ma ne traggono sempre argomento per scherzarvi sopra. Tutta la classe popolana è di spirito vivacissimo ed è dotata di un intuito rapido ed esatto: il suo linguaggio deve essere figurato, le sue trovate acute e mordaci. Non per nulla l’antica Atella sorgeva nei dintorni di Napoli; e come il suo prediletto Pulcinella continua ancora i giuochi atellani, così il basso popolo s’appassiona anche adesso ai suoi lazzi.
Nel capitolo quinto, libro terzo, della sua Storia Naturale, Plinio ritiene la sola Campania degna d’una descrizione diffusa.
«Questa regione», egli dice «è così felice, così deliziosa, così fortunata, che vi si riconosce evidente l’opera prediletta della natura. Perché quest’aere vitale, questa perpetua mitezza di cielo, questa campagna così fertile, questi colli solatii, queste foreste così sicure, questi recessi ombrosi, questi alberi fruttiferi, queste montagne perdute fra le nubi, queste messi sterminate, tanta copia di viti e di ulivi, e greggi dalla nobile lana e tori così pingui, e tanti laghi, e tanta dovizia di acque irrigue e di fonti, tanti mari e tanti porti! Una terra che porge da ogni parte il suo seno ai commerci e che, quasi per incoraggiare gli umani, stende ella stessa le sue braccia nel mare!
«Non parlo dell’indole del suo popolo, dei suoi costumi, della sua potenza, né degli altri popoli che essa ha conquistato mediante la sua lingua e con le sue armi.
«Un popolo come il Greco, solito a magnificar se stesso oltre misura, ha pronunciato il giudizio più onorifico di questa, chiamandone una parte Magna Grecia».
Testo originale tedesco · Neapel, den 28. Mai 1787
Der gute und so brauchbare Volkmann nötigt mich, von Zeit zu Zeit von seiner Meinung abzugehen. Er spricht z. B., daß dreißig – bis vierzigtausend Müßiggänger in Neapel zu finden wären, und wer spricht’s ihm nicht nach! Ich vermutete zwar sehr bald nach einiger erlangter Kenntnis des südlichen Zustandes, daß dies wohl eine nordische Ansicht sein möchte, wo man jeden für einen Müßiggänger hält, der sich nicht den ganzen Tag ängstlich abmüht. Ich wendete deshalb vorzügliche Aufmerksamkeit auf das Volk, es mochte sich bewegen oder in Ruhe verharren, und konnte zwar sehr viel übelgekleidete Menschen bemerken, aber keine unbeschäftigten.
Ich fragte deswegen einige Freunde nach den unzähligen Müßiggängern, welche ich doch auch wollte kennen lernen; sie konnten mir aber solche ebensowenig zeigen, und so ging ich, weil die Untersuchung mit Betrachtung der Stadt genau zusammenhing, selbst auf die Jagd aus.
Ich fing an, mich in dem ungeheuren Gewirre mit den verschiedenen Figuren bekannt zu machen, sie nach ihrer Gestalt, Kleidung, Betragen, Beschäftigung zu beurteilen und zu klassifizieren. Ich fand diese Operation hier leichter als irgendwo, weil der Mensch sich hier mehr selbst gelassen ist und sich seinem Stande auch äußerlich gemäß bezeigt.
Ich fing meine Beobachtung bei früher Tageszeit an, und alle die Menschen, die ich hie und da stillstehen oder ruhen fand, waren Leute, deren Beruf es in dem Augenblick mit sich brachte.
Die Lastträger, die an verschiedenen Plätzen ihre privilegierten Stände haben und nur erwarten, bis sich jemand ihrer bedienen will; die Kalessaren, ihre Knechte und Jungen, die bei den einspännigen Kaleschen auf den großen Plätzen stehen, ihre Pferde besorgen und einem jeden, der sie verlangt, zu Diensten sind; Schiffer, die auf dem Molo ihre Pfeife rauchen; Fischer, die an der Sonne liegen, weil vielleicht ein ungünstiger Wind weht, der ihnen auf das Meer auszufahren verbietet. Ich sah auch wohl noch manche hin und wider gehen, doch trug meist ein jeder ein Zeichen seiner Tätigkeit mit sich. Von Bettlern war keiner zu bemerken als ganz alte, völlig unfähige und krüppelhafte Menschen. Je mehr ich mich umsah, je genauer ich beobachtete, desto weniger konnt’ ich, weder von der geringen noch von der mittlern Klasse, weder am Morgen noch den größten Teil des Tages, ja, von keinem Alter und Geschlecht, eigentliche Müßiggänger finden.
Ich gehe in ein näheres Detail, um das, was ich behaupte, glaubwürdiger und anschaulicher zu machen. Die kleinsten Kinder sind auf mancherlei Weise beschäftigt. Ein großer Teil derselben trägt Fische zum Verkauf von Santa Lucia in die Stadt; andere sieht man sehr oft in der Gegend des Arsenals, oder wo sonst etwas gezimmert wird, wobei es Späne gibt, auch am Meere, welches Reiser und kleines Holz auswirft, beschäftigt, sogar die kleinsten Stückchen in Körbchen aufzulesen. Kinder von einigen Jahren, die nur auf der Erde so hinkriechen in Gesellschaft älterer Knaben von fünf bis sechs Jahren, befassen sich mit diesem kleinen Gewerbe. Sie gehen nachher mit den Körbchen tiefer in die Stadt und setzen sich mit ihren kleinen Holzportionen gleichsam zu Markte. Der Handwerker, der kleine Bürger kauft es ihnen ab, brennt es auf seinem Dreifuß zu Kohlen, um sich daran zu erwärmen, oder verbraucht es in seiner sparsamen Küche.
Andere Kinder tragen das Wasser der Schwefelquellen, welches besonders im Frühjahr sehr stark getrunken wird, zum Verkauf herum. Andere suchen einen kleinen Gewinn, indem sie Obst, gesponnenen Honig, Kuchen und Zuckerware einkaufen und wieder als kindische Handelsleute den übrigen Kindern anbieten und verkaufen; allenfalls, nur um ihren Teil daran umsonst zu haben. Es ist wirklich artig anzusehen, wie ein solcher Junge, dessen ganzer Kram und Gerätschaft in einem Brett und Messer besteht, eine Wassermelone oder einen halben gebratenen Kürbis herumträgt, wie sich um ihn eine Schar Kinder versammelt, wie er sein Brett niedersetzt und die Frucht in kleine Stücke zu zerteilen anfängt. Die Käufer spannen sehr ernsthaft, ob sie auch für ihr klein Stückchen Kupfergeld genug erhalten sollen, und der kleine Handelsmann traktiert gegen die Begierigen die Sache ebenso bedächtig, damit er ja nicht um ein Stückchen betrogen werde. Ich bin überzeugt, daß man bei längerem Aufenthalt noch manche Beispiele solches kindischen Erwerbes sammeln könnte.
Eine sehr große Anzahl von Menschen, teils mittlern Alters, teils Knaben, welche meistenteils sehr schlecht gekleidet sind, beschäftigen sich, das Kehricht auf Eseln aus der Stadt zu bringen. Das nächste Feld um Neapel ist nur ein Küchengarten, und es ist eine Freude, zu sehen, welche unsägliche Menge von Küchengewächsen alle Markttage hereingeschafft wird und wie die Industrie der Menschen sogleich die überflüssigen, von den Köchen verworfenen Teile wieder in die Felder bringt, um den Zirkel der Vegetation zu beschleunigen. Bei der unglaublichen Konsumtion von Gemüse machen wirklich die Strünke und Blätter von Blumenkohl, Broccoli, Artischocken, Kohl, Salat, Knoblauch einen großen Teil des neapolitanischen Kehrichts aus; diesen wird denn auch besonders nachgestrebt. Zwei große biegsame Körbe hängen auf dem Rücken eines Esels und werden nicht allein ganz voll gefüllt, sondern noch auf jeden mit besonderer Kunst ein Haufen aufgetürmt. Kein Garten kann ohne einen solchen Esel bestehen. Ein Knecht, ein Knabe, manchmal der Patron selbst eilen des Tags so oft als möglich nach der Stadt, die ihnen zu allen Stunden eine reiche Schatzgrube ist. Wie aufmerksam diese Sammler auf den Mist der Pferde und Maultiere sind, läßt sich denken. Ungern verlassen sie die Straße, wenn es Nacht wird, und die Reichen, die nach Mitternacht aus der Oper fahren, denken wohl nicht, daß schon vor Anbruch des Tages ein emsiger Mensch sorgfältig die Spuren ihrer Pferde aufsuchen wird. Man hat mir versichert, daß ein paar solche Leute, die sich zusammentun, sich einen Esel kaufen und einem größern Besitzer ein Stückchen Krautland abpachten, durch anhaltenden Fleiß in dem glücklichen Klima, in welchem die Vegetation niemals unterbrochen wird, es bald so weit bringen, daß sie ihr Gewerbe ansehnlich erweitern.
Ich würde zu weit aus meinem Wege gehen, wenn ich hier von der mannigfaltigen Krämerei sprechen wollte, welche man mit Vergnügen in Neapel wie in jedem andern großen Orte bemerkt; allein ich muß doch hier von den Herumträgern sprechen, weil sie der letztern Klasse des Volks besonders angehören. Einige gehen herum mit Fäßchen Eiswasser, Gläsern und Zitronen, um überall gleich Limonade machen zu können, einen Trank, den auch der Geringste nicht zu entbehren vermag; andere mit Kredenztellern, auf welchen Flaschen mit verschiedenen Likören und Spitzgläsern in hölzernen Ringen vor dem Fallen gesichert stehen; andere tragen Körbe allerlei Backwerks, Näscherei, Zitronen und anderes Obst umher, und es scheint, als wolle jeder das große Fest des Genusses, das in Neapel alle Tage gefeiert wird, mitgenießen und vermehren.
Wie diese Art Herumträger geschäftig sind, so gibt es noch eine Menge kleine Krämer, welche gleichfalls herumgehen und ohne viele Umstände auf einem Brett, in einem Schachteldeckel ihre Kleinigkeiten, oder auf Plätzen geradezu auf flacher Erde ihren Kram ausbieten. Da ist nicht von einzelnen Waren die Rede, die man auch in größern Läden fände, es ist der eigentliche Trödelkram. Kein Stückchen Eisen, Leder, Tuch, Leinewand, Filz u. s. w., das nicht wieder als Trödelware zu Markte käme und das nicht wieder von einem oder dem andern gekauft würde. Noch sind viele Menschen der niedern Klasse bei Handelsleuten und Handwerkern als Beiläufer und Handlanger beschäftigt.
Es ist wahr, man tut nur wenig Schritte, ohne einem sehr übelgekleideten, ja sogar einem zerlumpten Menschen zu begegnen, aber dies ist deswegen noch kein Faulenzer, kein Tagedieb! Ja, ich möchte fast das Paradoxon aufstellen, daß zu Neapel verhältnismäßig vielleicht noch die meiste Industrie in der ganz niedern Klasse zu finden sei. Freilich dürfen wir sie nicht mit einer nordischen Industrie vergleichen, die nicht allein für Tag und Stunde, sondern am guten und heitern Tage für den bösen und trüben, im Sommer für den Winter zu sorgen hat. Dadurch, daß der Nordländer zur Vorsorge, zur Einrichtung von der Natur gezwungen wird, daß die Hausfrau einsalzen und räuchern muß, um die Küche das ganze Jahr zu versorgen, daß der Mann den Holz- und Fruchtvorrat, das Futter für das Vieh nicht aus der Acht lassen darf u. s. w., dadurch werden die schönsten Tage und Stunden dem Genuß entzogen und der Arbeit gewidmet. Mehrere Monate lang entfernt man sich gern aus der freien Luft und verwahrt sich in Häusern vor Sturm, Regen, Schnee und Kälte; unaufhaltsam folgen die Jahreszeiten aufeinander, und jeder, der nicht zugrunde gehen will, muß ein Haushälter werden. Denn es ist hier gar nicht die Frage, ob er entbehren wolle; er darf nicht entbehren wollen, er kann nicht entbehren wollen, denn er kann nicht entbehren; die Natur zwingt ihn, zu schaffen, vorzuarbeiten. Gewiß haben diese Naturwirkungen, welche sich Jahrtausende gleich bleiben, den Charakter der in so manchem Betracht ehrwürdigen nordischen Nationen bestimmt. Dagegen beurteilen wir die südlichen Völker, mit welchen der Himmel so gelinde umgegangen ist, aus unserm Gesichtspunkte zu streng. Was Herr von Pauw in seinen “Recherches sur les Grecs” bei Gelegenheit, da er von den zynischen Philosophen spricht, zu äußern wagt, paßt völlig hierher. Man mache sich, glaubt er, von dem elenden Zustande solcher Menschen nicht den richtigsten Begriff; ihr Grundsatz, alles zu entbehren, sei durch ein Klima sehr begünstigt, das alles gewährt. Ein armer, uns elend scheinender Mensch könne in den dortigen Gegenden die nötigsten und nächsten Bedürfnisse nicht allein befriedigen, sondern die Welt aufs schönste genießen; und ebenso möchte ein sogenannter neapolitanischer Bettler die Stelle eines Vizekönigs in Norwegen leicht verschmähen und die Ehre ausschlagen, wenn ihm die Kaiserin von Rußland das Gouvernement von Sibirien übertragen wollte.
Gewiß würde in unsern Gegenden ein zynischer Philosoph schlecht ausdauern, dahingegen in südlichen Ländern die Natur gleichsam dazu einladet. Der zerlumpte Mensch ist dort noch nicht nackt; derjenige, der weder ein eigenes Haus hat, noch zur Miete wohnt, sondern im Sommer unter den Überdächern, auf den Schwellen der Paläste und Kirchen, in öffentlichen Hallen die Nacht zubringt und sich bei schlechtem Wetter irgendwo gegen ein geringes Schlafgeld untersteckt, ist deswegen noch nicht verstoßen und elend; ein Mensch noch nicht arm, weil er nicht für den andern Tag gesorgt hat. Wenn man nur bedenkt, was das fischreiche Meer, von dessen Produkten sich jene Menschen gesetzmäßig einige Tage der Woche nähren müssen, für eine Masse von Nahrungsmitteln anbietet; wie allerlei Obst und Gartenfrüchte zu jeder Jahreszeit in Überfluß zu haben sind; wie die Gegend, worin Neapel liegt, den Namen Terra di Lavoro (nicht das Land der Arbeit, sondern das Land des Ackerbaues) sich verdienet hat und die ganze Provinz den Ehrentitel der glücklichen Gegend (Campagna felice) schon Jahrhunderte trägt, so läßt sich wohl begreifen, wie leicht dort zu leben sein möge. überhaupt würde jenes Paradoxon, welches ich oben gewagt habe, zu manchen Betrachtungen Anlaß geben, wenn jemand ein ausführliches Gemälde von Neapel zu schreiben unternehmen sollte; wozu denn freilich kein geringes Talent und manches Jahr Beobachtung erforderlich sein möchte. Man würde alsdann im ganzen vielleicht bemerken, daß der sogenannte Lazarone nicht um ein Haar untätiger ist als alle übrigen Klassen, zugleich aber auch wahrnehmen, daß alle in ihrer Art nicht arbeiten, um bloß zu leben, sondern um zu genießen, und daß sie sogar bei der Arbeit des Lebens froh werden wollen. Es erklärt sich hiedurch gar manches: daß die Handwerker beinahe durchaus gegen die nordischen Länder sehr zurück sind; daß Fabriken nicht zustande kommen; daß außer Sachwaltern und Ärzten in Verhältnis zu der großen Masse von Menschen wenig Gelehrsamkeit angetroffen wird, so verdiente Männer sich auch im einzelnen bemühen mögen; daß kein Maler der neapolitanischen Schule jemals gründlich gewesen und groß geworden ist; daß sich die Geistlichen im Müßiggange am wohlsten sein lassen und auch die Großen ihre Güter meist nur in sinnlichen Freuden, Pracht und Zerstreuung genießen mögen.
Ich weiß wohl, daß dies viel zu allgemein gesagt ist und daß die Charakterzüge jeder Klasse nur erst nach einer genauern Bekanntschaft und Beobachtung rein gezogen werden können, allein im ganzen würde man doch, glaube ich, auf diese Resultate treffen.
Ich kehre wieder zu dem geringen Volke in Neapel zurück. Man bemerkt bei ihnen, wie bei frohen Kindern, denen man etwas aufträgt, daß sie zwar ihr Geschäft verrichten, aber auch zugleich einen Scherz aus dem Geschäft machen. Durchgängig ist diese Klasse von Menschen eines sehr lebhaften Geistes und zeigt einen freien, richtigen Blick. Ihre Sprache soll figürlich, ihr Witz sehr lebhaft und beißend sein. Das alte Atella lag in der Gegend von Neapel, und wie ihr geliebter Pulcinell noch jene Spiele fortsetzt, so nimmt die ganz gemeine Klasse von Menschen noch jetzt Anteil an dieser Laune.
Plinius im fünften Kapitel des dritten Buchs seiner “Naturgeschichte” hält Kampanien allein einer weitläufigen Beschreibung wert. “So glücklich, anmutig, selig sind jene Gegenden”, sagt er, “daß man erkennt, an diesem Ort habe die Natur sich ihres Werks erfreut. Denn diese Lebensluft, diese immer heilsame Milde des Himmels, so fruchtbare Felder, so sonnige Hügel, so unschädliche Waldungen, so schattige Haine, so nutzbare Wälder, so luftige Berge, so ausgebreitete Saaten, solch eine Fülle von Reben und Ölbäumen, so edle Wolle der Schafe, so fette Nacken der Stiere, so viel Seen, so ein Reichtum von durchwässernden Flüssen und Quellen, so viele Meere, so viele Hafen! Die Erde selbst, die ihren Schoß überall dem Handel eröffnet und, gleichsam dem Menschen nachzuhelfen begierig, ihre Arme in das Meer hinausstreckt.
Ich erwähne nicht die Fähigkeiten der Menschen, ihre Gebräuche, ihre Kräfte und wie viele Völker sie durch Sprache und Hand überwunden haben.
Von diesem Lande fällten die Griechen, ein Volk, das sich selbst unmäßig zu rühmen pflegte, das ehrenvollste Urteil, indem sie einen Teil davon Großgriechenland nannten.”
Napoli, 29 maggio 1787
Si osserva da per tutto, con la più viva simpatia, una gaiezza del tutto singolare. I fiori e i frutti d’ogni colore, di cui si adorna la natura, sembra che invitino gli uomini a rivestire leggiadramente se stessi e tutte le cose loro delle tinte più vivaci. Scialli e nastri di seta e fiori sui cappelli sono l’ornamento di chiunque se li possa procurare. Nelle più umili case, le seggiole e i cassettoni sono adorni di fiori screziati su fondo d’oro; perfino i birocci a un cavallo sono dipinti d’un rosso vivo; i finimenti sono dorati, i cavalli attillati di fiori artificiali, impennacchiati di rosso e coperti di lustrini. Alcuni portano sulla testa dei ciuffi di piume, altri delle banderuole, che nella corsa sventolano ad ogni mossa. Noi siamo soliti di chiamare barbara e di cattivo gusto questa predilezione pei colori vivaci e, in certo modo, può anche essere o divenir tale; ma sotto un cielo così azzurro e così splendido, nulla è veramente variopinto, perché nulla può vincere lo splendore del sole e il suo riflesso nel mare. La tinta più sgargiante resta attutita da una luce così potente; e come tutti i colori, il verde degli alberi e delle piante, il giallo, il bruno, il rosso del terreno agiscono sull’occhio con grande violenza, anche i fiori e gli alberi screziati si confondono nell’armonia generale. I busti e le gonne porporine delle donne di Nettuno, adorne di galloni d’oro e d’argento, i diversi costumi locali a colori, le barche dipinte, tutto pare che gareggi a distinguersi in qualche modo fra lo splendore del cielo e del mare.
E come vivono, così seppelliscono anche i loro morti; nessun corteo lento e lugubre interrompe l’armonia di questo giocondo paese.
Ho visto le esequie d’un bambino. Un grande tappeto di velluto rosso, tutto a ricami d’oro, avvolgeva un ampio feretro, sopra il quale era posta una piccola bara cesellata, carica di fregi d’oro e d’argento; in questa giaceva il morticino, vestito di bianco e come soffocato fra i nastri rosa. Ai quattro lati della bara erano quattro angeli, alti ognuno due piedi circa, che tenevano dei grandi fasci di fiori intorno al bimbo addormentato e che, sospesi a dei semplici fili di ferro, dondolavano qua e là ad ogni scossa del carro come se spargessero dolcemente intorno dei profumi rianimanti; e tanto più si dondolavano, quanto più il corteo procedeva per la via con grande celerità e i preti e tutti gli altri con le torce, più che al passo, andavano di corsa.
Non c’è stagione, in cui non si nuoti nell’abbondanza di viveri: il napoletano non prende soltanto gusto al cibo; egli esige per di più che la merce in vendita sia presentata con grazia.
A Santa Lucia il pesce vien messo in mostra, secondo la qualità, in cesti graziosi e puliti; i gamberi, le ostriche, i cannòli e altri frutti di mare distribuiti a parte, e tutti sopra foglie verdi. Le botteghe di frutta secche e di legumi sono decorate nel modo più pittoresco. Graziosi a vedersi sono gli agrumi di ogni sorta frammischiati al verde dei ramoscelli. Ma nulla è più accurato dell’addobbo delle macellerie, verso le quali il popolo tende lo sguardo con avidità particolare, per l’appetito reso più aguzzo dalla privazione periodica.
Sui banchi dei macellai non si espongono in vendita i quarti di bue, i vitelli, i montoni senza che, oltre il grasso, i fianchi e i cosciotti non siano abbondantemente coperti di dorature. Alcuni giorni dell’anno, specialmente le feste di Natale, sono famosi per le scorpacciate. Sono giorni di cuccagna universale, per cui mezzo milione di abitanti fanno a gara a chi più può. In simili circostanze anche via Toledo e parecchie vie e piazze dei dintorni sono addobbate in modo da destare il più grande appetito. Un gran divertimento è anche vedere in bella mostra nelle botteghe, dove si vende la verdura, i grappoli d’uva conservata, i poponi e i fichi. I commestibili sospesi in festoni, da un capo all’altro della strada: come gli enormi rosari di salsicce dorate e tenute insieme con nastri rossi, o come i polli d’India, che portan tutti una banderuola rossa nel didietro. Mi assicuravano che, in quei giorni, di questi polli se ne sono venduti trentamila, senza contare quelli che le famiglie ingrassano in casa. Oltre a tutta questa grazia di Dio, girano per le vie e sui mercati asini in quantità, carichi di verdura, di capponi e di agnelli di latte; quanto poi alle uova, i cumuli che si vedono qua e là sono tali, che uno non si ricorda mai d’averne visti tanti. E non basta che tutta questa grazia di Dio sia divorata: ogni anno un ufiziale di polizia passa a cavallo attraverso la città per bandire a suon di tromba in tutte le piazze e in tutti i crocicchi quante migliaia di buoi, vitelli, agnelli, maiali e così di seguito i buoni napoletani hanno consumato. Il popolo ascolta a orecchie tese e con grande giubilo le cifre così specificate, contenti tutti di poter ricordare la parte presa da ognuno a tanta cuccagna.
Quanto ai cibi composti per lo più di farina e di latte, che le nostre cuoche sanno allestire in tante maniere, il popolo napoletano, che in simili faccende ama andar per le spicce e che del resto non ha una cucina approntata con le regole dell’arte, vi provvede in due modi. I maccheroni, fatti di pasta di farina fine, tenera, accuratamente lavorata, poi cotta e ridotta in forme diverse, si trovano da per tutto e per pochi soldi. Si cuociono per lo più semplicemente nell’acqua pura, e vi si grattugia sopra del formaggio, che serve ad un tempo di grasso e di condimento. Quasi ad ogni svolta delle vie principali vi sono poi i friggitori, affaccendati con le loro caldaie di olio bollente, specialmente nei giorni di magro, a cucinare lì su due piedi, a chiunque voglia, pesci o frittelle a piacere. Questi friggitori fanno affari d’oro; sono migliaia le persone che così si portano a casa, ravvolto in pezzo di carta, il loro pranzo o la loro cena.
Testo originale tedesco · Neapel, den 29. Mai 1787
Eine ausgezeichnete Fröhlichkeit erblickt man überall mit dem größten teilnehmenden Vergnügen. Die vielfarbigen bunten Blumen und Früchte, mit welchen die Natur sich ziert, scheinen den Menschen einzuladen, sich und alle seine Gerätschaften mit so hohen Farben als möglich auszuputzen. Seidene Tücher und Binden, Blumen auf den Hüten schmücken einen jeden, der es einigermaßen vermag. Stühle und Kommoden in den geringsten Häusern sind auf vergoldetem Grund mit bunten Blumen geziert; sogar die einspännigen Kaleschen hochrot angestrichen, das Schnitzwerk vergoldet, die Pferde davor mit gemachten Blumen, hochroten Quasten und Rauschgold ausgeputzt. Manche haben Federbüsche, andere sogar kleine Fähnchen auf den Köpfen, die sich im Laufe nach jeder Bewegung drehen. Wir pflegen gewöhnlich die Liebhaberei zu bunten Farben barbarisch und geschmacklos zu nennen, sie kann es auch auf gewisse Weise sein und werden, allein unter einem recht heitern und blauen Himmel ist eigentlich nichts bunt, denn nichts vermag den Glanz der Sonne und ihren Widerschein im Meer zu überstrahlen. Die lebhafteste Farbe wird durch das gewaltige Licht gedämpft, und weil alle Farben, jedes Grün der Bäume und Pflanzen, das gelbe, braune, rote Erdreich in völliger Kraft auf das Auge wirken, so treten dadurch selbst die farbigen Blumen und Kleider in die allgemeine Harmonie. Die scharlachnen Westen und Röcke der Weiber von Nettuno, mit breitem Gold und Silber besetzt, die andern farbigen Nationaltrachten, die gemalten Schiffe, alles scheint sich zu beeifern, unter dem Glanze des Himmels und des Meeres einigermaßen sichtbar zu werden.
Und wie sie leben, so begraben sie auch ihre Toten; da stört kein schwarzer, langsamer Zug die Harmonie der lustigen Welt.
Ich sah ein Kind zu Grabe tragen. Ein rotsammetner, großer, mit Gold breit gestickter Teppich überdeckte eine breite Bahre, darauf stand ein geschnitztes, stark vergoldetes und versilbertes Kästchen, worin das weißgekleidete Tote mit rosenfarbnen Bändern ganz überdeckt lag. Auf den vier Ecken des Kästchens waren vier Engel, ungefähr jeder zwei Fuß hoch, angebracht, welche große Blumenbüschel über das ruhende Kind hielten, und, weil sie unten nur an Drähten befestigt waren, sowie die Bahre sich bewegte, wackelten und mild belebende Blumengerüche auszustreuen schienen. Die Engel schwankten um desto heftiger, als der Zug sehr über die Straßen wegeilte und die vorangehenden Priester und die Kerzenträger mehr liefen als gingen.
Es ist keine Jahreszeit, wo man sich nicht überall von Eßwaren umgeben sähe, und der Neapolitaner freut sich nicht allein des Essens, sondern er will auch, daß die Ware zum Verkauf schön aufgeputzt sei.
Bei Santa Lucia sind die Fische nach ihren Gattungen meist in reinlichen und artigen Körben, Krebse, Austern, Scheiden, kleine Muscheln, jedes besonders aufgetischt und mit grünen Blättern unterlegt. Die Läden von getrocknetem Obst und Hülsenfrüchten sind auf das mannigfaltigste herausgeputzt. Die ausgebreiteten Pomeranzen und Zitronen von allen Sorten, mit dazwischen hervorstechendem grünem Laub, dem Auge sehr erfreulich. Aber nirgends putzen sie mehr als bei den Fleischwaren, nach welchen das Auge des Volks besonders lüstern gerichtet ist, weil der Appetit durch periodisches Entbehren nur mehr gereizt wird.
In den Fleischbänken hängen die Teile der Ochsen, Kälber, Schöpse niemals aus, ohne daß neben dem Fett zugleich die Seite oder die Keule stark vergoldet sei. Es sind verschiedne Tage im Jahr, besonders die Weihnachtsfeiertage, als Schmausfeste berühmt; alsdann feiert man eine allgemeine Cocagna, wozu sich fünfhunderttausend Menschen das Wort gegeben haben. Dann ist aber auch die Straße Toledo und neben ihr mehrere Straßen und Plätze auf das appetitlichste verziert. Die Butiken, wo grüne Sachen verkauft werden, wo Rosinen, Melonen und Feigen aufgesetzt sind, erfreuen das Auge auf das allerangenehmste. Die Eßwaren hängen in Girlanden über die Straßen hinüber; große Paternoster von vergoldeten, mit roten Bändern geschnürten Würsten; welsche Hähne, welche alle eine rote Fahne unter dem Bürzel stecken haben. Man versicherte, daß deren dreißigtausend verkauft worden, ohne die zu rechnen, welche die Leute im Hause gemästet hatten. Außer diesem werden noch eine Menge Esel, mit grüner Ware, Kapaunen und jungen Lämmern beladen, durch die Stadt und über den Markt getrieben, und die Haufen Eier, welche man hier und da sieht, sind so groß, daß man sich ihrer niemals so viel beisammen gedacht hat. Und nicht genug, daß alles dieses verzehret wird: alle Jahre reitet ein Polizeidiener mit einem Trompeter durch die Stadt und verkündet auf allen Plätzen und Kreuzwegen, wieviel tausend Ochsen, Kälber, Lämmer, Schweine u. s. w. der Neapolitaner verzehrt habe. Das Volk höret aufmerksam zu, freut sich unmäßig über die großen Zahlen, und jeder erinnert sich des Anteils an diesem Genusse mit Vergnügen.
Was die Mehl- und Milchspeisen betrifft, welche unsere Köchinnen so mannigfaltig zu bereiten wissen, ist für jenes Volk, das sich in dergleichen Dingen gerne kurz faßt und keine wohleingerichtete Küche hat, doppelt gesorgt. Die Makkaroni, ein zarter, stark durchgearbeiteter, gekochter, in gewisse Gestalten gepreßter Teig von feinem Mehle, sind von allen Sorten überall um ein geringes zu haben. Sie werden meistens nur in Wasser abgekocht, und der geriebene Käse schmälzt und würzt zugleich die Schüssel. Fast an der Ecke jeder großen Straße sind die Backwerkverfertiger mit ihren Pfannen voll siedenden Öls, besonders an Fasttagen, beschäftigt, Fische und Backwerk einem jeden nach seinem Verlangen sogleich zu bereiten. Diese Leute haben einen unglaublichen Abgang, und viele tausend Menschen tragen ihr Mittag- und Abendessen von da auf einem Stückchen Papier davon.
Oggi

Il borgo di Santa Lucia e il lungomare sotto Pizzofalcone.
Dove: Via Santa Lucia, 80132 Napoli
Opere e documenti



Ricostruzione AI

Fonti
J.W. Goethe, Italienische Reise, testo originale tedesco (pubblico dominio).
Traduzione di Eugenio Zaniboni (J.W. Goethe, Viaggio in Italia, Firenze, Sansoni, 1924; pubblico dominio).



