Goethe attraversa per l'ultima volta la vita infinita della città.
La sera del 2 giugno, dalla duchessa di Giovane, giovane dama tedesca colta.
Di notte al Molo, in un solo sguardo: la luna, le nuvole, il riflesso sul mare, le lampade del faro, il fuoco del Vesuvio.
La corvetta costruita in America, la cabina, i conti e i congedi; il marchese Berio che vuole conoscere l'autore del Werther.
Tischbein propone come compagno fisso il giovane paesaggista Kniep.
Hamilton si è costruito una bella esistenza: stanze all'inglese e una vista dall'angolo forse unica, e dopo tutti i regni della creazione è giunto a una bella donna.
Credendola povera come i Filangieri, Goethe si ritrova nel palazzo sontuoso della «principessina», con servitori in livrea sulle scale: «mi parve di essere il sultano delle fiabe di Wieland».
Contro la guida di Volkmann e i suoi «quarantamila oziosi», Goethe va a caccia dei lazzari e trova soltanto gente che lavora: facchini, pescatori, bambini che raccolgono trucioli, spazzini con gli asini.
I ragazzi che succhiano l'ultimo calore di un cerchione arroventato sul selciato, la folla smisurata in cui Goethe si sente solo e calmo, il sangue di San Gennaro contro l'inferno vicino, un Pulcinella che litiga con una scimmia al Molo e i friggitori di San Giuseppe con le loro zeppole: il popolo di Napoli a marzo.
Con il principe di Waldeck alla grande raccolta di quadri, monete e gemme di Capodimonte, «esposta senza grazia ma preziosa».
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